E’ in Europa, ma la Romania ha il costo del lavoro della Cina

di GIULIO ARRIGHINI*

Leggo l’altra mattina una notizia dalle agenzie economiche. Leggo e rileggo ma è tutto vero. Guardiamo insieme: “Lo stipendio minimo obbligatorio netto in Romania è stato fissato, in seguita a una delibera del governo, a 189,5 euro, in aumento di 11,1 euro rispetto allo scorso anno. Questo valore corrisponde a un orario di lavoro complessivo di 168 ore lavorative alla settimana, con un costo minimo di un’ora di lavoro che è pari a 1,11 euro. Dall’aumento dello stipendio minimo obbligatorio beneficeranno 804.225 dipendenti romeni di cui 238.143 del settore pubblico e 566.112 del settore privato. Dal primo gennaio sono state aumentate anche le pensioni del 3,76 per cento e il livello medio della pensione in Romania si attesta cosi a 176,15 euro”.

La prima considerazione è che ciascuno a casa proprio può fare quel che vuole. La seconda è che non si può portare nell’area dell’euro un paese la cui competitività sul costo del lavoro è pari a quella della Cina  senza immaginare che a casa nostra crolli tutto il sistema delle imprese, del manifatturiero, del made in.

E’ tutta una colossale presa per il sedere. I romeni vengono a lavorare in Italia a frotte per guadagnare quella che possiamo definire una fortuna, e le imprese vanno in Romania per guadagnare la loro fortuna, rivendendo sul nostro mercato un prodotto con un ricarico di base di almeno il 200 per cento. Possiamo dire che questo sia liberismo? Possiamo definirlo libero mercato? Quale alibi hanno i sindacati nel rivendicare i diritti dei nostri lavoratori davanti alla schiavitù persistente di un’ex regime comunista? Quali bandiere rosse vanno a sventolare in piazza quando a massacrare le fabbriche sono i costi del lavoro cinesi in Europa dentro il mercato della moneta unica? Ciascuno a casa propria faccia ciò che vuole ma aprire le porte al flusso di concorrenza senza il dazio della tutela della persona umana, del valore del lavoro, pari allo zero, in testa l’Europa delle grandi libertà, dove si vuole andare a parare?

Questo euro sì è il motore dell’autodistruzione. La parificazione forzata e obbligatoria di un mercato squilibrato, può generare giustizia sociale o innesca piuttosto le ragioni di una povertà più diffusa e livellante? E’ sparita la classe operaia, è sparito il ceto medio, è la sparita la forza lavoro intellettuale. A Grenoble, raccontava un amico professore che insegna lassù letteratura italiana, le generazioni di cittadini italiani stanno cambiando. Sono cambiate. Gli immigrati erano i pugliesi muratori, i coratini, i baresi, quelli che lavoravano di spatola e cazzuola. Oggi emigra il Nord laureato, i nostri giovani che da Milano o dalle università del Nord prendono la strada del Nord Europa per sopravvivere. I neuroni del Nord se li stanno accaparrando i centri scientifici francesi, svizzeri. Uno dei direttori scientifici a Grenoble di uno dei più grandi centri di ricerca dopo il Cern di Ginevra, è un promettente scienziato lombardo. Ma noi siamo nell’euro, e la Romania è la terra promessa che risolleva le sorti delle imprese. A 1,11 euro l’ora.

*Segretario Indipendenza Lombarda

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