DOPO L’INNO CI MANCA SOLO IL SABATO PATRIOTTICO

di GILBERTO ONETO

Quando si è in tanti, basta mormorare per fare un boato, quando si è in pochi si deve urlare per farsi sentire. Quando si è in tanti si può anche stare fermi o seduti: in pochi bisogna agitarsi e muoversi freneticamente per sembrare tanti. Il trucco funziona solo al di sopra di una soglia: sotto diventa il patetico e parossistico esercizio di quattro gatti che non sanno più cosa inventare per farsi notare.  Lo stesso vale per un’idea o un sentimento: se sono condivisi e veri non serve continuare a ricordarli, riproporli, sottolinearli ed esaltarli. Ci sono e basta. Se esiste un sentimento di appartenenza, o di amore di patria, non serve proclamarlo di continuo, costringendo tutti a formali manifestazioni che sopperiscono con l’obbligatorietà alla spontaneità che non c’è.

Così, meno è sentito l’afflato di patriottica italianità da parte delle genti che a abitano, più la penisola viene infiocchettata di tricolori, addobbata di bandiere e cotillons come fosse un gigantesco albero di natale a forma di stivale. Meno numerosi sono i patrioti,  più si agitano, sbraitano e intonano inni. La bandiera italiana è sempre stata un esercizio di ufficialità:  compare sulle caserme, sugli edifici pubblici, sulle tombe dei caduti, ai funerali. Con la menata del 150° qualcuno è stato convinto a esporla davanti alla casa ma è subito passato per un tifoso di una nota squadra di calcio.

Benigni declama la Costituzione come un poema epico di genere picaresco, dove i confini fra il serio e il faceto sfumano maliziosamente. A calciatori e atleti si impone di cantare l’Inno di Goffredo Mameli, Atanasio Canata e Michele Novaro: in tre per mettere assieme un caposaldo della storia della musica. Ma se il paese gronda davvero di amor di patria, di orgoglio di sentirsi italiani – come sostiene Napolitano – che bisogno c’è di impataccarlo di tricolore e di costringerlo con la coercizione a gorgheggiare l’inno della Repubblica Sociale? E non è buffo che siano soprattutto dei comunisti, dei feroci antifascisti, a imporre una marcetta che ha avuto la sola ufficializzazione della sua gloriosa storia proprio a Salò.

Adesso vogliono obbligare per legge a cantarlo in tutte le scuole, assieme all’istituzione di una “Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera”, che ci farà – non c’è dubbio – vivere tutti meglio! Relatrice della geniale trovata è la deputata Paola Frassinetti del Pdl, ex anina, che in gioventù frequentava la Nuova Destra, quella che voleva seppellire tutti gli orpelli vetero missini. Come dire: da Campo Hobbit a Predappio passando per Arcore. «L’obiettivo – spiega la relatrice alla stampa – è far imparare le parole e il senso dell’Inno, che ha numerosi riferimenti storici».  Suppongo si riferisca al “sangue polacco che bevé il cosacco”, oppure che “ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano”, a Balilla e a tutto il resto.

Il prossimo passo – c’è da esserne certi – è l’istituzione del sabato patriottico: tutti a saltare nel cerchio di fuoco, a marciare in loden, a imparare a memoria  le ultime lettere dei martiri di Belfiore.

Assieme al mamelico inno non potranno mancare Toto Cotugno e Orietta Berti in “Fin che la barca va”.

Il patriottismo – diceva Samuel Johnson – è l’ultimo rifugio dei furbacchioni, che  in Italia sono stipendiati dallo Stato. Indipendenza!


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