Dopo il voto l’Italia può essere la miccia per l’esplosione dell’Europa

di FABRIZIO DAL COL

Monti la finisca di pontificare e metta i piedi per terra. Invece di gridare ai pifferai, di continuare ad invocare il bisogno di quei cambiamenti che non si possono fare, di fare il politico che non è il suo mestiere e di paventare i rischi che correrebbe l’Italia senza di lui, farebbe meglio a spiegare agli italiani da chi e da che cosa ha salvato l’Italia. Il baratro, il dafault, ovvero i rischi di un fallimento certo in cui era finita l’Italia fin dal 1990, e che non è sfociato  prima perché in ballo vi era l’imminente adozione della moneta unica, era inevitabile che sarebbero esplosi ai giorni nostri e  con l’avvento della crisi finanziaria. Monti conosceva molto bene la situazione politica italiana quando ancora ricopriva l’ incarico di commissario europeo, e non poteva non sapere  che la necessità primaria dello Stato italiano avrebbe dovuto essere quella della sua trasformazione da stato unitario quale è  sempre stato a un più moderno stato federale. Quindi, giustamente, Monti oggi da un lato accusa i partiti di essere i veri responsabili del disastro finanziario, ma dall’altro non può chiamarsi fuori in quanto, accettando l’incarico di premier, era anche ampiamente consapevole della situazione, e come altrettanto consapevolmente sapeva  che l’impoverimento dei Piigs e la conseguente crisi economica sono stati provocati scientificamente ed artatamente dalle lobby finanziare perché funzionali alla costituzione dell’Europa politica.

Detto questo, dall’osservatorio privilegiato europeo di cui ha fatto parte attraverso un incarico prestigioso, Monti non può ora rifugiarsi dietro il limite di un solo anno di governo a disposizione, perché fin dal suo insediamento sapeva di dover solo salvare il sistema finanziario italiano, come del resto sapeva di dover mettere in sicurezza i conti del Paese, e così facendo sono esplosi anche quei costi assistenziali che da sempre hanno contraddistinto lo Stato italiano e che come sappiamo oggi,  sono stati confermati dal dato sulla spesa pubblica che invece di diminuire è palesemente aumentato a dismisura. Insomma, un segno tangibile di come certi cambiamenti,  tanto sbandierati quanto promessi dal premier, non siano stati realizzati  perché, oltre alla complicità dei partiti, gli impedimenti si sono manifestati principalmente a causa della forma rigida e burocratica dello Stato unitario che nel frattempo è divenuto ancora più mafioso, corrotto, centralista, dirigista e assistenzialista. Quello che ancora il Prof si ostina a non voler dire agli italiani è a quale forma di stato si ispira, ovvero se pensa di mantenere lo Stato centrale unitario come lo conosciamo oggi oppure se mira alla sua naturale trasformazione in Stato federale o confederale. A onor del vero, nessun partito italiano fa menzione di tale necessità di trasformazione, in quanto si tratta di un progetto che potrebbe essere vanificato dalla costituenda Europa politica, ma con la quale,  molto presto, bisognerà confrontarsi per far valere le peculiarità di ogni singolo Stato.

Quello che appare invece già evidente oggi per l’Italia, è il declino economico inarrestabile in cui si è avvitato il Paese, un declino destinato ad aumentare ancora per tutto il corso del 2013, senza che nessun leader di partito che partecipa alle elezioni sia riuscito fino ad oggi a dimostrare agli italiani con quale soluzione o ricetta migliore si possa fermare. Il tempo però trascorre inesorabile e ad una settimana dal voto gli italiani invece continuano a vedere nero e a rassegnarsi all’dea che un sistema di potere non potrà mai riformare se stresso. Il premier uscente qualche giorno fa ha chiesto agli italiani di non votare coloro i quali  farebbero dell’Italia un’altra Grecia, senza però rendersi conto che è stata proprio la sua politica ad innescare una tensione sociale presto difficile da controllare e che rischia di esseere l’ innesco all’esplosione dell’intera Europa.

 

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