DOPO IL TRAMONTO DI BOSSI TORNA LA SECESSIONE?

di CARLO LOTTIERI

Forse s’illudono quanti oggi pensano che lo tsunami che s’è abbattuto sul cerchio magico di Umberto Bossi chiuda ogni ipotesi di disgregazione del Paese e rafforzi l’unità nazionale.

Anche a causa della crisi economica, che morde specialmente dove maggiore è la concentrazione del settore privato, la “questione settentrionale” è oggi più viva che mai. La distanza abissale che separa l’economia del Nord da quella del Sud è il principale dato strutturale della società italiana, destinato a trovare comunque un interprete politico. Senza dimenticare che sotto taluni aspetti proprio il crollo del Senatùr può rimettere in circolazione l’ipotesi di archiviare definitivamente Cavour e Garibaldi.

Vent’anni fa Umberto Bossi ha evocato il tema della frattura territoriale, ma poi ha provveduto a depotenziarlo, giocando su tutti altri tavoli. Dopo essersi caratterizzata come interprete ufficiale degli interessi e dei diritti settentrionali, la Lega ha infatti voluto far credere che al Nord bastassero insignificanti modifiche costituzionali, improbabili Parlamenti padani (prima aperti e poi subito chiusi), crociate contro gli extra-comunitari, ministeri-patacca a Monza, e via dicendo.

Negli anni, il movimento che era stato anche di Gianfranco Miglio ha giorno dopo giorno consumato il senso della sua stessa esistenza: ed ora che è allo sbando per le indagini delle procure solo un radicale cambio della classe dirigente può forse salvare la baracca. Ma il vero punto è un altro, perché se da un lato la Lega perde consensi, d’altro lato non si può escludere che proprio questi sconvolgimenti aprano prospettive nuove a un’area assai più vasta.

Il freezer entro il quale Bossi aveva cacciato il voto leghista serviva a garantire a Francesco Belsito un posto nel consiglio d’amministrazione della Fincantieri e varie ulteriori cariche (ministeri inclusi) ad altri notabili. Il prezzo politico, però, era la rinuncia a ogni rivendicazione d’indipendenza. Partecipare al governo e al sottogoverno, Rai inclusa, comporta che uno slogan come “Basta Roma, basta tasse” sia accantonato. Ma per lo stesso motivo il crollo del bossismo può produrre un rilancio della strategia secessionista, destinata pure a fare proprie quelle tematiche anti-fiscali abbandonate da tempo dai leghisti, schierati a difesa delle province e di molte altre voci della spesa pubblica.

Quale che sia il destino di Bossi-Schettino e della sua nave alla deriva, quello che si profila per gli anni a venire è un rilancio del separatismo. La crisi causata da decenni di statalismo forsennato sta avanzando a grandi passi e al Nord è chiara la consapevolezza che le imprese non possono sostenere, al tempo stesso, il debito pubblico e gli sprechi del Mezzogiorno. Ma siccome dopo decenni dobbiamo ancora fare i conti con migliaia di guardie forestali girovaganti sui monti della Calabria, sono molti i lombardi e i veneti pronti a chiedere solo una scheda elettorale con cui scegliere se restare in Italia o andarsene. Ed è significativo che nelle scorse ore una paradossale petizione per l’adesione della Lombardia alla Svizzera abbia raccolto più di venti mila adesioni.

Sopra la linea gotica, insomma, è forte la voglia d’indipendenza e la disfatta di Bossi e del suo entourage consegna all’area autonomista unicamente questa opzione.

Per giunta, nello spazio lasciato libero da una Lega ampiamente ministeriale di recente sono venute crescendo due galassie in larga misura intrecciate tra loro: quella della resistenza fiscale (che include gruppi come il Tea Party Italia, Confcontribuenti e il Movimento Libertario) e quella di un nuovo indipendentismo, che rifiuta ogni compromissione con Roma. E così sono sempre più attivi gruppi che si chiamano “Veneto Stato”, “Pro Lombardia Indipendenza” e “Unione padana” (ma la lista è molto lunga), nei quali talora si raccolgono gli innumerevoli scontenti della Lega, ma che in vari casi sono animati da giovani del tutto privi di precedenti esperienze politiche.

In questo modo sta iniziando a prendere piede un indipendentismo lontano dalle volgarità verbali del Senatùr e che pretende coerenza e concretezza. Un piccolo ma significativo segnale di tutto ciò viene dalla dura presa di posizione in tema di autonomia comunale – solo pochi giorni fa – del presidente dell’Anci lombarda Attilio Fontana, sindaco di Varese, che forse anche in ragione delle difficoltà leghiste ha fatto proprie senza mezzi termini le spinte provenienti dai gruppi separatisti e ha provocatoriamente invitato il governo a commissariare ogni municipio.

Nei prossimi mesi non dovremo stupirci se assisteremo al saldarsi del nuovo secessionismo e delle battaglie antifiscali condotte da piccoli imprenditori e artigiani. Quali che fossero i mille giochini della leadership, l’elettorato leghista ha sempre avversato tassazione e assistenzialismo, nella persuasione che l’unica strada percorribile sia quella della fine dell’unità nazionale.

Gli umori del Nord, insomma, sono chiari e quei sentimenti hanno pure buoni argomenti dalla loro. Uno dei maggiori successi della saggistica degli ultimi anni, “Terroni” di Pino Aprile, al Nord è stato letto come la più paradossale conferma che se l’unità ha fatto tanto male al Mezzogiorno… beh, allora la cosa migliore è separarsi.

Fino a ieri Bossi ha insultato a più riprese immigrati e meridionali mentre praticava una politica dorotea, e forse anche peggio. Dopo il suo probabile eclissarsi potremmo avere un rovesciamento di prospettiva: basta insulti e razzismi, ma una diversa determinazione nella lotta alla spesa pubblica e soprattutto la ferma richiesta di poter decidere – pacificamente, democraticamente, grazie a un voto referendario – se restare in Italia oppure no. Ne vedremo delle belle.

 

 

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