DIALETTOFOBIA, ORA VA SVILLANEGGIATO IL VENETO

di ROBERTO GREMMO*

Spunta dove meno te lo aspetti la rancorosa ostilità dell’egemonismo culturale alle lingue locali ed alle identità regionali. Specie sui grandi mezzi di comunicazione di massa, l’occasione per svillaneggiare le parlate locali e dar spazio ai peggiori pregiudizi non manca mai.

Proprio in questi giorni, inonda le reti televisive un gustoso siparietto pubblicitario d’una importante società telefonica che vede il celebre Giacomo Casanova fare fesso un marito cui ha appena circuito la graziosa e disponibile mogliettina. Il macchiettistico consorte irrompe sulla scena con un parruccone non per caso con due punte cornute parlando in veneto stretto, con il tipico intercalare del “ciò…”.

C’é da chiedersi cosa accadrebbe se lo sposo imbrogliato si fosse espresso con cadenza sicula o napoletana ed ostentando cornetti scaramantici. Sarebbe probabilmente caduto il cielo e tutta la conformista congrega dei commentatori un tanto a riga avrebbe alzato forti lai contro il razzismo antimeridionale. Poiché l’incopevole vittima dell’infedeltà appariva invece un povero “mona” veneto, nessuno ha parlato. Del resto, una sotterranea, subdola quanto insidiosa offensiva contro le identità regionali é da tempo in corso, specie dopo la caduta ingloriosa di un governo dove qualcuno pretendeva persino di fare gli interessi del Nord.

Qualche giorno fa, due importanti quotidiani si sono avventurati in un’ingloriosa crociata contro la toponomastica in lingua francese che il comune di Aosta sta portando all’onor del mondo, accanto a quella già esistente in lingua italiana. Non sono più i tristi tempi di “Roma doma” ma l’idea del pluralismo linguistico sembra sempre e solo dar fastidio, specie se si concretizza nella rimozione di tanti nomi di località creati a tavolino nell’Ottocento dai fantasioni geografi sabaudi. Quanto sarebbe opportuno porvi mano anche in Piemonte dove, ad esempio, una borgata del Cuneese si chiama “Moglie” perché dai burocrati del Re vennero sbrigativamente italianizzate le “Moje”, che in lingua piemontese sono i terreni acquitrinosi di quella zona lambita dal Tanaro.

E invece no! La lingua ‘dialettale’, i cartelli coi nomi tradizionali e le stesse identità regionali danno sempre e soltanto fastidio; soprattutto quando riguardano il Nord. Un Sudismo di maniera si esalta per la pizzica, le tammuriate e riscopre (in questo caso giustamente) le rivolte dei briganti contro l’unità d’Italia. Se però sopra il Po la gente s’intestardisce a voler essere sé stessa, subito scattano i riflessi condizionati (da una cultura centralista o meridionalizzata) e parte l’accusa di razzismo e sbrigativamente si nega ogni valore a quei segni identitati.

E da parecchio che funziona così. Qualche anno fa una importante società cinematografica realizzò una pellicola per esaltare la straordinaria vicenda dei contadini di Santa Vittoria d’Alba che durante l’ultimo conflitto riuscirono con grande coraggio ed abilità a sottrarre ai nazisti predatori le ricche riserve vinarie delle lor cantine. Il protagonista del film era un celebre attore americano ma tutte le comparse erano ‘prese dalla strada’, in questo caso dallo stesso paese di Santa Vittoria d’Alba però erano state tutte doppiate e sullo schermo… si esprimevano in napoletano!

Sempre nel cinema, per anni, le servette stupidotte e vanesie apparivano sempre esprimendosi in lingua veneta. Esempi simili se ne potrebbero fare tanti altri, e v’é da pensare che certi stereotipi negativi non siano stati messi in circolo per caso ma deliberatamente, tanto per far capire che i “polentoni” erano e sono solo dei regrediti illetterati, tonti ed imbecilli. Proprio come il marito cornuto della scenetta pubblicitaria. Simili prodotti subculturali danno davvero fastidio perché sono l’inevitabile scadente prodotto della ben poca attenzione al grande patrimonio di cultura e storia dei Popoli del Nord. Perché nella realtà, era proprio Casanova a parlare in veneto stretto. Come sempre ricorda il patriota venetista Franco Rocchetta, il celebre amatore aveva tradotto in lingua veneta l’intera “Iliade”.

Ciò!

*Tratto dal quotidiano “Il Nord Ovest” del 21 febbraio 2013

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