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Di battuta in battuta la questione settentrionale finisce a puttane

di GIANLUCA MARCHI

Che Calderoli si dimetta o no, sinceramente non ci può fregare di meno, per usare un’espressione molto italica. Non è lì il nocciolo della questione, come ho cercato di segnalare in un primo articolo a caldo dopo le infelici espressioni usate verso la ministra Kyenge, e poi pubblicando su L’Indipendenza l’articolo scritto dal direttore de L’Intraprendente Giovanni Sallusti. La questione è che con tali battute la Lega e alcuni suoi esponenti cercano di coprire un imbarazzante vuoto di elaborazione e di azione politica. E fa tristezza che dopo aver cercato di vellicare gli istinti più bassi del popolo leghista, contando in un disperato tentativo di recuperare fiducia, esponenti come Calderoli e l’altro fenomeno dell’assessore veneto Stival (il quale aveva scritto in rete che gli oranghi potevano sentirsi offesi…) si siano riparati dietro la stessa giustificazione: “E’ stata solo una battuta”. Nemmeno il coraggio di sostenere fino in fondo la loro posizione…

Il fatto è che di battuta in battuta e di fallimento politico in fallimento, non sta andando a ramengo solo la Lega Nord, ma sta andando a puttane l’intera QUESTIONE SETTENTRIONALE, ridicolizzata e vanificata da tali comportamenti. Adesso già immagino  si alzerà il solito solone a sentenziare: senza la Lega e senza Bossi la “questione settentrionale” non sarebbe mai stata posta sul tavolo della politica italica. Per la verità di “questione settentrionale” se ne parlava già negli anni Ottanta quando il futuro Senatur stava solo muovendo i primi passi e solo in pochissimi seguivano le sue vicende. Ne parlava ad esempio l’allora presidente della Regione Lombardia Giuseppe Guzzetti. Lungi da me l’esaltare un democristiano di lungo corso, ma così era, solo che poi essendo Guzzetti esponente di un partito fortemente meridionalizzato, il sollevare la “questione settentrionale” si esauriva in un puro esercizio teorico, senza cioè alcuna conseguenza positiva per il Nord.

Umberto Bossi ha poi ripreso quei temi e li ha rilanciati in maniera sicuramente più combattiva, anche perché allora non aveva zavorre meridionali al proprio seguito. Ma se oggi guardiamo ai risultati ottenuti, che bilancio possiamo trarre? Lo stesso nulla della Dc lombarda:  tanti proclami, tanti festeggiamenti per il federalismo ormai ottenuto, ma tutto tradottosi in un desolante fallimento (infarcito solo di tasse locali), con in più l’aggravante di aver alimentato e poi tradito un sogno.

Anzi, se parlassimo di un semplice nulla di fatto, potremmo liquidare venticinque anni di storia leghista in questo modo: si è tentato di ottenere qualche risultato, ma non c’è stato nulla da fare anche perché sono stati proprio i cittadini del Nord a non credere a tale battaglia non affidando al Carroccio la forza elettorale sufficiente per arrivare fino in fondo. Ma sappiamo tutti che questa non è una spiegazione sufficiente. Come ho già scritto altre volte, quando si è trattato di ingaggiare un vero braccio di ferro con lo Stato, Bossi e la Lega si sono sottratti. Poi è stata una deriva di male in peggio, soprattutto dopo l’accordo politico con Berlusconi, cioè l’alleanza con un partito tanto meridionalizzato da impedire qualsiasi serio risultato sul fronte della “questione settentrionale”. Ed anzi è stato anche peggio, perché con la scusa di supportare l’alleato che poi avrebbe garantito il federalismo, i voti leghisti in Parlamento sono serviti a sostenere le peggiori porcate che si potessero immaginare da un partito nordista: non mi riferisco alle vicende giudiziarie di Berlusconi e dei suoi accoliti, ma alle vagonate di quattrini straordinari (oltre alla valanga che normalmente va già da Nord a Sud e che non è stata affatto arginata) approvate a favore dei Comuni dissestati del Sud, vedi ad esempio Catania e Palermo, guarda caso allora governati da esponenti di Forza Italia e poi Pdl.

Dunque, non solo non si è ottenuto alcun risultato concreto, ma ora la sacrosanta “questione settentrionale” viene definitivamente ridicolizzata dalla strategia delle battute. C’è da chiedersi in che cosa abbia “cambiato pelle” (parole sue) la Lega 2.0 a trazione Maroni…

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