DESTRA E SINISTRA SONO UN EQUIVOCO DA SMASCHERARE

di GIORGIO GARBOLINO BOOT

La vittoria di Grillo alle elezioni amministrative e la valanga di astensioni farà finalmente capire a tutti quelli che si occupano di politica che i concetti di destra e sinistra sono superati per sempre.

I partiti al potere – sconfitti alle elezioni – continueranno a rilanciare gli slogan appartenenti a ideologie ottocentesche e ad accusarsi a vicenda, ma nella coscienza della gente, in Italia come in Europa, la contrapposizione destra-sinistra – nel modo vissuto finora di contrapposizione di classe – è definitivamente tramontata. Le parole sopravvivono sempre alle idee che vogliono rappresentare, soprattutto quando queste idee hanno espresso ideali “forti” per decenni. Destra e sinistra hanno rappresentato valori e speranze per milioni di persone in tutto il mondo dalla metà dell’800 fino ad anni recenti: la destra rivendicava la libertà, la sinistra si batteva per la giustizia sociale.

Da tempo queste divisioni hanno perso ogni significato. La contrapposizione fondamentale nel nostro tempo – almeno nei paesi più sviluppati – non è più quella economica e sociale che stava alla base della rivalità politica. Le classi sociali sussistono ma non sono più quelle rigide e contrapposte dell’800 e non si riconoscono più in chi pretende di rappresentarle. “Capitale” e “lavoro”- come si diceva una volta – non sempre hanno interessi convergenti ma il problema della società contemporanea occidentale non è tanto sulla quota di ricchezza da riservare ai “capitalisti” o ai “lavoratori” ma sui modi di produrre ricchezza a vantaggio di tutti gli strati della società e di consentire l’avanzamento sociale ai più capaci, indipendentemente dal ceto di provenienza (il conflitto è semmai fra i ceti produttivi e i ceti parassitari). La politica è sempre meno ideologia e sempre più amministrazione, a tutti i livelli.

Nel Parlamento italiano destra e sinistra non esistono più. Tutti i partiti più rilevanti votano compatti le stesse leggi, dettate da un governo a loro estraneo. Anche a più alto livello il dibattito su come uscire dalla crisi, fra una Cina comunista, un’Europa sociale e gli Usa liberali, non ha nulla di ideologico, è puramente tecnico.

Il problema che resta sotto traccia è che per poter gestire i problemi di una società complessa occorre una distribuzione del potere diversa. Alexandre Marc, un teorico del federalismo, sosteneva nel secolo scorso quanto segue: “Non ci sono, nel mondo del XX secolo, che due attitudini umane possibili. Queste non sono la destra e la sinistra, divenute quasi indiscernibili. Oggi c’è il totalitarismo e c’è il federalismo”. La storia gli ha dato ragione. In Europa il problema politico più evidente – non affievolito dalla crisi, ma rafforzato – non riguarda più contrapposizioni di classi, ma contrapposizioni fra comunità locali, che rappresentano i popoli, e stati che pretendono di essere nazionali e sono solo – come aveva previsto Marc – totalitari. Non è nemmeno un caso che in Italia, malgrado la contrapposizione sociale sia stata un tempo aspra, i maggiori partiti che si dichiarano di “destra” o di “sinistra” hanno abbandonato ogni riferimento ai contenuti di queste espressioni: non si dichiarano più né comunisti, né socialisti, né liberali, né nazionalisti, ecc., si dichiarano “destra” o “sinistra” come se “destra e “sinistra” significassero qualcosa di per sé, e non indicassero ormai solo una collocazione sui banchi del parlamento.

In Italia, per capire quanto incapace di comprendere la realtà (e dunque quanto debole) sia la classe politica, basta pensare che ci sono voluti uomini di spettacolo: i Gaber (“L’ideologia è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché, con la scusa di un contrasto che non c’è”) e i Grillo, che ha rifiutato la falsa antitesi destra e sinistra, ed è stato subito accusato dai politicanti di essere antipolitico, qualunquista, poujadista, populista.

Grillo ha avuto successo, ma il problema reale resta. E’ quello di ridistribuire il potere: dagli stati ottocenteschi nati dalle baionette accentrati e burocratici alle autentiche comunità “nazionali” perché abbiano gli strumenti per prosperare. In Italia è questo il problema che la politica – nessun partito escluso – si rifiuta di affrontare. I cittadini cominciano confusamente a capire che l’ostacolo al loro benessere è lo stato italiano e il suo sistema di potere. Occorre ora che un’iniziativa politica all’altezza del problema dia loro una speranza.

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