Berlusconi insegue Grillo: serve più democrazia diretta

di CLAUDIO ROMITI

Sull’onda del grillismo, diventato l’emblema della democrazia diretta contrapposta a quella mediata dei palazzi e delle oscure botteghe di partito, le forze tradizionali si sono poste all’inseguimento di questa sorta di paradigma politico. Persino il padrone indiscusso del Pdl Silvio Berlusconi, nel corso dell’ultima manifestazione del suo partito svoltasi il 23 marzo a Roma, ha espresso la necessità di “far vivere insieme la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta, il Parlamento e la partecipazione”.  Tutto questo per rinverdire il confuso e delirante messaggio del compianto Giorgio Gaber il quale, afflitto fino all’ultimo da una ambivalenza senza via d’uscita, sosteneva che la libertà non fosse uno spazio libero ma pura e semplice partecipazione. Con questo il più celebre cantante e cabarettista politicizzato di fine novecento intendeva esprimere lo stesso concetto che sta, insieme al “mandiamoli tutti a casa”, alla base del successo travolgente del M5S: la vera democrazia implica che tutti i cittadini partecipino in modo profondamente consapevole alle più importanti scelte politiche.

Ma, saltando ogni ulteriore preambolo, ciò è applicabile all’interno di un regime repubblicano in cui la stragrande maggioranza dei cittadini non conoscono affatto molti degli aspetti sui quali, nel caso di un loro coinvolgimento diretto, sarebbero chiamati a decidere? Sotto questo profilo lo stesso leader del M5S Grillo ha più volte espresso l’intenzione di sottoporre la permanenza dell’Italia nella moneta unica ad un referendum popolare. Tuttavia, dal momento che sono in pochi a comprendere la relazione esistente tra valuta corrente ed economia, è ragionevole aspettarsi un esito ponderato di un tale quesito? A giudicare da ciò che si legge e si sente in giro per il Paese direi proprio di no.

Analogo discorso sarebbe da applicare ai tanti e complessi aspetti istituzionali. A parte l’unicum di una bolgia esistente sul piano delle leggi elettorali, diverse tra loro per ogni livello di consultazione, si dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che sono assai pochi i cittadini-elettori in grado di comprendere la valenza di termini quali “semestre bianco” e “bicameralismo perfetto”, oppure riuscire a capire le differenti modalità di un decreto legge, un disegno di legge o una proposta di legge di iniziativa popolare. Per non parlare delle più utilizzate prerogative dei vari organi rappresentativi. Se facessimo una capillare inchiesta tra la cosiddetta gente il risultato sarebbe a dir poco desolante. Il problema vero, ed è per questo che il miglior governo democratico è quello che governa il meno possibile, è che un singolo individuo riesce a malapena a compiere scelte razionali solo quando possiede una completa e ravvicinata visione degli elementi sui quali è chiamato a decidere. Se egli dovesse acquistare un cappotto o un altro capo di abbigliamento, lo farebbe sulla scorta delle sue esigenze in relazione alle informazioni che il mercato gli mette a disposizione.

Tuttavia, al contrario, se a costui fosse richiesto di esprimere un giudizio vincolante su una legge di spesa per salvaguardare qualche migliaio di esodati di turno, essendo cresciuto all’interno di una cultura politica in cui risulta preponderante l’idea che possano esistere “pasti gratis”, egli non avrebbe alcuna remora ad optare per l’ennesima forma di solidarietà sociale pagata coi soldi degli altri. Ed è proprio per tale motivo che la democrazia, diretta o meno, sembra non funzionare quando essa non conosce limiti alla sua azione. Soprattutto quando quest’ultima si esprime per mezzo di un totalitario meccanismo di esproprio operato da fittizie maggioranze ai danni di disperse minoranze, il sistema tende rapidamente ad incepparsi.  D’altro canto, un popolo figlio di una concezione democratico-partecipativa per la quale attraverso un “giusto” voto è possibile ottenere l’Eldorado sociale, anziché battersi per una rappresentanza democratica che limiti lo strapotere dello Stato leviatano, non potrà che portare alle estreme conseguenze tutto ciò: l’instaurazione di un catastrofico regime collettivista fondato sulla partecipazione. Le avvisaglie ci sono tutte.

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

L'export, ovvero un'esigenza inevitabile per l'Italia

Articolo successivo

Accordo per Cipro: per evitare la fuga i capitali saranno congelati