Ripagare i debiti con la liretta? Preparate vagoni di carta straccia

di CLAUDIO ROMITI

In un interessante articolo del 12 marzo, pubblicato sul Corriere della Sera, si sostiene che i crediti vantati dalle imprese nei confronti della mano pubblica è più che doppia di quella ufficiale. La fonte è un rapporto di Emanuele Padovani, economista e docente all’università di Bologna, commissionato dal gruppo di consulenza Van Dijk. Secondo tale rapporto nella pubblica amministrazione l’endemica mancanza di trasparenza e di una adeguata rendicontazione rendono molto difficile fare dei calcoli appena affidabili, tutto ciò aggravato dalla  quantità abnorme dei centri di spesa. Ma al netto di tutto questo lo stesso Padovani calcola in circa 70 miliardi i debiti delle Regioni, 48,4 e 19,6 rispettivamente quelli di Comuni e Province. Ma non basta, bisogna aggiungere una quindicina di miliardi degli enti locali ed altri 7 che gravano sulla galassia delle 12.000 aziende partecipate: le cosiddette piccole Iri.

Ora, questa montagna di debiti supera i 150 miliardi di euro, ovvero più del doppio dei 71 “ufficiali”, rappresentando il 10% del Prodotto interno lordo. Ovviamente, soprattutto in campagna elettorale, non c’è forza politica che non abbia giurato sulla Bibbia di battersi fino all’ultimo uomo per costringere lo Stato, questa astratta entità chiamata a perseguire il bene comune, e chi per esso a restuire in tempi brevi buona parte di questo malloppo. Ma il problema è che manca la necessaria liquidità. Anzi, direi che, al pari del debito pubblico considerato tale – sebbene nella sostanza i crediti vantati dalle imprese fanno parte della medesima zuppa – in breve tempo anche questa voce tenderà inesorabilmente a dilatarsi ulteriormente, secondo una antica tradizione della nostra repubblica delle banane ad occultare molte forme di disavanzo.

A colpi di partite di giro, adottando il classico metodo del cerino acceso, la pubblica finanza creativa ha sempre trovato il modo di manovrare la classica coperta a seconda della convenienza. Solo che, entrati nello standard dell’euro – che per quanto non possa piacere esso appare assai più serio di quello molto lasco della liretta -, la coperta finanziaria è diventata improvvisamente troppo corta, soprattutto nel momento in cui il sistema Ponzi dei prestiti ha cominciato ad incepparsi a causa di una repentina presa di coscienza dei mercati. A quel punto, come una marea che si ritira, ci si è accorti che lo Stato canaglia italiano non riesce più a far fronte ad i suoi immensi e crescenti impegni di spesa, fornitori privati compresi, e che sull’ultima spiaggia rimangono allo scoperto una montagna di “buffi”, come si dice a Roma, che alla fine nessuno pagherà. Da qui la spasmodica richiesta di molti volponi della vecchia politica, a cui si sono uniti molti sprovveduti appartenenti al nuovo che avanza – il M5S -, di tornare all’antico standard monetario.

In tal modo, grazie alla nostra compiacente banchetta d’Italia, la coperta finanziaria tornerebbe ad essere ampliata a discrezione, ripagando con vagoni di carta straccia gli affamati creditori di una pubblica amministrazione sempre impeccabile nel gioco delle tre carte. Poveri noi!

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