DANIMARCA: SE ATENE PIANGE, COPENAGHEN NON RIDE

di VERCINGETORIX

Forte crisi del mercato immobiliare, produttività a meno 20 % negli ultimi due decenni, consumo privato in intenso declino, disoccupazione giovanile raddoppiata dal 2008. Stiamo parlando dell’Italia? O di uno dei paesi del famigerato gruppo dei PIGS (acronimo dispregiativo, ma anche tecnico, che si riferisce ai paesi, in particolare nel sud dell’Europa, con economie deboli e conti pubblici disastrati )? No, benvenuti in Danimarca, il famoso paradiso del benessere egualitario del Nord Europa, dove la crisi economica inizia a farsi sentire, sopratutto durante le plumbee e lunghe giornate invernali. Se Atene piange, Copenaghen non ride; i nuovi dati sull’economia danese sono chiari, negativi e purtroppo sempre più preoccupanti. Il Pil dei primi mesi di questo 2012 è stato rivisto al ribasso portando a una recessione tecnica, la prima nell’aria scandinava.
La crisi sta provocando effetti molto seri nel paese: la disoccupazione è aumentata di 2.600 unità da aprile a maggio 2011, l’export è calato a settembre di quasi due punti percentuali, i consumi interni praticamente fermi e gli investimenti meno che deboli.
Se prima un certo orgoglio e una profonda fiducia nel sistema danese facevano vedere la crisi dell’eurogruppo lontana, con una punta di soddisfazione per non essere entrati nel sistema monetario europeo, ora, invece, inizia a prevalere il pessimismo. Le forti difficoltà che investono dall’estate scorsa le economie dell’Europa meridionale erano generalmente percepite come la causa di malgoverno e stili di vita irresponsabili di greci, spagnoli, portoghesi e italiani. Ora però insieme a questo giudizio, molti imputano anche una responsabilità diretta di questi paesi nel aver trascinato il paradiso danese verso le porte del purgatorio latino.
La Danimarca è un paese con una popolazione di poco oltre i cinque milioni e mezzo di abitanti e un Pil che si aggira attorno ai 201.7 miliardi di dollari. Per avere una proporzione: la Lombardia, anche se geograficamente molto più piccola della Danimarca, ha una popolazione di oltre nove milioni di abitanti e un Pil regionale di più del doppio di quello danese. E’ questo il principale problema: la Danimarca è una micro economia che sopravvive principalmente grazie al mercato europeo e britannico, quelli a cui le imprese danesi si rivolgono. Se questi mercati vanno in crisi e riducono le importazioni, il volume delle esportazioni crolla, facendo scendere tutto il Pil. Inoltre le banche danesi sono state profondamente danneggiate dalla crisi bancaria dei subprime anglosassoni, avendo investito molto e assimilato troppo il loro modello. Questo ha perciò creato seri problemi al sistema creditizio nazionale e conseguentemente all’economia reale.
Dal 2008 sono già falliti undici istituti di credito e, molto probabilmente, molti altri sono a rischio nei prossimi mesi. La banca centrale danese ha deciso ultimamente l’apertura di una linea di credito del valore di 74 miliardi di dollari. Ma il nuovo ministro delle Finanze Bjarne Corydon ha dichiarato che in futuro sarà molto più difficile che le banche siano nuovamente soccorse con i fondi pubblici, dopo i cinque pacchetti di salvataggio già concessi a partire dal 2008 e il crescente malumore dell’opinione pubblica danese. Nello stesso anno, il credito alle imprese è crollato del 25%, con gravi conseguenze per l’economia reale, un quarto delle imprese, infatti, dichiara di non aver avuto accesso ai finanziamenti, creando perciò grossi problemi all’occupazione e provocando fallimenti a catena nelle micro aziende con più di uno e due addetti.
La conseguente minore capacità di spesa dei consumatori ha causato una diminuzione dei consumi, peggiorando il quadro della situazione. Lars Svendsen, Presidente dell’Associazione negozianti di Aarhus (secondo centro economico danese), ha di recente affermato che molti esercizi commerciali sono in lotta per l’ affermazione del loro fatturato, i costi di gestione, ma sopratutto i costi che riguardano i dipendenti non sono più tali da assicurare una tranquilla conduzione.
Nel complesso ora ci sono quasi 161.900pari  senza lavoro, pari a un tasso di disoccupazione del 5,9% (in Italia è oltre il 9 per cento). Secondo una ricerca di Jyllands-Posten, uno dei maggiori quotidiani danesi, è visibilmente aumentata la ricerca da parte degli uomini di entrare a lavorare nel settore pubblico che offre, a discapito di uno stipendio mediamente inferiore del settore privato, una sicurezza di più lungo termine del posto di lavoro.
Anche un nuovo piccolo fenomeno ma molto indicativo e in grande crescita, è il “pendolarismo del nord”. Prendendo un aereo da Copenaghen in solo un’ora di volo con tariffe economiche si raggiunge in giornata o per tutta la settimana lavorativa Oslo, la capitale della Norvegia, per ora immune da crisi economica (ma anche fuori dalla EU).
Per un danese con un buon curriculum e che conosca minimamente la lingua (il norvegese del sud è alquanto simile al danese) non è infatti difficile trovare un buon posto di lavoro tra i fiordi dell’ex colonia.
Un altro cambiamento interessante è il crescente aumento delle persone che riprendono gli studi universitari, essendo disoccupate, o che al momento, pur lavorando, preferiscono investire maggiormente in se stesse, per aumentare le proprie garanzie di non essere senza impiego un domani.
Per stimolare una crescita in stallo, oltre ad aver introdotto una tassa sui prodotti non salutari come ad esempio il burro, un’altra misura dalla prima donna premier della Danimarca sarà quella di aumentare gli investimenti pubblici nel 2012 e 2013 per un totale di 18,7 miliardi. Obbiettivo: il miglioramento e ammodernamento delle infrastrutture, dalle strade alle scuole, agli ospedali. Questo investimento, secondo il governo, potrebbe portare 20.000 nuovi posti di lavoro.
Particolare attenzione riguarderà anche gli investimenti nel settore del green energy. Il nuovo esecutivo prevede di investire nelle energie rinnovabili due miliardi in più di corone, di quanto stanziato dal precedente governo, portando così a 5,6 miliardi il totale investimento, circa 750 milioni di euro. Obiettivo è di portare entro il 2020 la sua produzione eolica al 50% della fornitura elettrica nazionale. I finanziamenti saranno coperti attraverso un aumento dei costi dell’energia, per spingere i cittadini a ridurre la media dei consumi domestici del 10% nei prossimi nove anni.
Altri obiettivi sono di intensificare la lotta all’evasione fiscale con nuove leggi e con la decisione di assumere 160 ispettori aggiuntivi che intensificheranno gli sforzi per combattere le truffe ai danni dello stato e al lavoro sommerso (solo quest’anno le denunce contro il lavoro nero sono aumentate del 30%).
Un’ ultima linea anticrisi sarà quella di tassare maggiormente le multinazionali in Danimarca per ridistribuire più equamente i profitti verso la comunità.
Ma intanto la fiducia verso il giovanissimo governo diminuisce progressivamente. Vi è infatti un considerevole calo nel credito che i danesi ripongano nella gestione delle crisi da parte dell’esecutivo. Inoltre, a causa delle prospettive poco rosee dell’economica, il governo difficilmente sarà in grado di mantenere e garantire le ambiziose promesse sullo stato sociale che tradizionalmente è sempre stato il punto di forza e il dogma dei socialdemocratici. I prossimi mesi saranno molto importanti per conoscere la tenuta del governo e per cercare di capire quanto la crisi sia profonda nel paese.
La Danimarca si è risvegliata improvvisamente in un nuovo clima di sfiducia verso il proprio benessere economico e il suo stile di vita prospero e piacevole. Non si sente più troppo protetta dalla competizione dei paesi emergenti e le nuove sfide e le nuove gerarchie geo economici che essi propongono. Il paese è ormai consapevole che difficilmente le sue conquiste sociali riusciranno ed essere preservate in futuro, come pure quella che la Danimarca dovrà riuscire a superare la crisi economica solo e se l’Europa crescerà nuovamente.
Ormai anche le élite economiche e politiche, in quasi tutto il suo arco parlamentare, sono sempre più convinte che la piccola Danimarca non prospererà senza l’Unione Europea, e senza la sua forza politica ed economica. Questo comporterà maggiori spinte integrazioniste verso l’Unione e molte rinunce alla propria piena sovranità. Ma risulta ormai chiaro che sono passi improcrastinabili per le future strategie politiche del paese.
Resta però da capire quanto, anche gli elettori particolarmente euroscettici, siano pronti seguire queste politiche necessarie ma non popolari e siano disponibili a questi sacrifici e queste scelte. Se sfortunatamente Atene piange, sembra ormai che anche Copenaghen purtroppo non rida più.

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