Dalla vecchia alla nuova Lega in cinque (non) semplici passi

di ANDREA PAGANELLA

Sono passati ormai alcuni mesi dall’elezione di Roberto Maroni alla segreteria della Lega Nord e l’autunno si presenta come il primo grande banco di prova per la “Lega 2.0”. Le aspettative sono molte e, lo sappiamo, più ambizioso è l’obiettivo che ci si pone, più rovinosa e dolorosa può essere la caduta. Così è la vita, così è la politica.

Comunque, anche se del nuovo corso qualcosa si sta già intravedendo, non è mia intenzione esprimere oggi giudizi: troppo poco tempo è trascorso, troppi pochi passi sono stati compiuti. Al contrario, vorrei dare un contributo, critico ma propositivo, che valga quale concreto spunto di riflessione per la nuova dirigenza.

Sono cinque, secondo me, i passi da compiere per passare dalla vecchia Lega alla Lega 2.0.

UNO – “Oggi, chi va in TV è il colpevole da condannare, da giustiziare, è – insomma – un uomo morto. Meglio non andarci”

A chi è capitato in queste settimane di vedere i vari talk show televisivi “generalisti” a cui hanno partecipato anche esponenti leghisti? Dopo la visione, quanto intenso è stato, da uno a cento, il senso di disgusto verso la politica in senso lato? CENTO. Con quanta forza è emerso il messaggio della Lega Nord? ZERO.

Purtroppo è così. Oggi partecipare a queste trasmissioni-pollaio è penalizzante, disarmante, omologante: avete presente quando nei film la vittima di un crimine deve riconoscere il colpevole tra una serie di potenziali candidati disposti dietro a un vetro a specchio? Partecipare in questo momento a programmi di questo tipo è come collocarsi tra la schiera degli indiziati, quasi certificando di far parte a pieno titolo di una classe politica di parolai e incapaci. Oggi meglio non andarci.

DUE – “Parlare solo alla nostra gente, solo ai cittadini del Nord. Fare gli “ecumenici” e parlare di “paese Italia” ci danneggia più di ogni altra cosa”

Il concetto prende spunto da un’evidenza: chi compra il nostro “prodotto” politico? I lombardi, i veneti, i piemontesi, non i romani, non i calabresi, non i pugliesi. E lo comprano perché sanno che è un prodotto il quale, unico nel suo genere, venne creato appositamente per i cittadini padani. Probabilmente, fino ad oggi, non è stato nemmeno il più bello o il più avanzato sul mercato, eppure lo hanno comprato perché diverso da tutti gli altri. Ora, se il nostro prodotto lo dobbiamo vendere SOLO al di sopra di un certo parallelo, per quale motivo molte volte, sempre più spesso, sento esponenti della Lega che fanno i “padri della patria”, parlando di “nostro Paese” e di “Italiani”? Questo ecumenismo comunicativo danneggia “l’unicità” del nostro brand. Occorre parlare solo ai cittadini del Nord, e solo per loro.

TRE – “Essere moderati nella forma non vuol dire essere scialbi e poco incisivi nella sostanza”

Viva la meritocrazia. Avanti le persone capaci. Superiamo la Lega delle boutade continue, dei diti medi e degli elmi bicornuti. Tutte cose giuste, ne abbiamo piene le scatole di una Lega estremista nella forma e poco incisiva e concreta nei contenuti. Non vorrei, però, che questa Lega venisse rottamata in favore di una nuova Lega dove, ad una moderazione negli atteggiamenti, facesse il paio un’eccessiva moderazione negli argomenti. Con le ipocrisie e i buonismi non si è incisivi, si è solo destinati a finire nel tritacarne mediatico che tutto accomuna, livella, omòloga. Come dire: fino a ieri abbiamo fatto i birboncelli e adesso siamo diventati tutti bravi scolaretti. Non è così. Per cambiare, pur riconoscendo i propri errori (ed è bene ogni tanto fare ammenda), non è necessario rinnegare il proprio passato. Si vada a testa alta.

QUATTRO – “La Lega, per farsi interprete degli interessi di una delle comunità più avanzate e sviluppate d’Europa, deve essere essa stessa avanzata e sviluppata dal punto di vista tecnologico e comunicativo”

Un altro paradosso che ha sempre contraddistinto la Lega: nascere nel territorio simbolo del dinamismo economico e, contemporaneamente, essere, tra tutte le formazioni politiche, quella che storicamente ha meno sfruttato le nuove tecnologie di comunicazione online. Oggi le cose vanno un po’ meglio, tuttavia è qui che devono essere investite, senza esitazione, le risorse. E non si pensi che il web sia uno strumento tra i tanti, magari da far presidiare in forma estemporanea o amatoriale a un gruppo di militanti volenterosi con la passione per i social-network. Il web è LO strumento, serve uno staff di professionisti, strategie e progetti organici a tutto tondo.

CINQUE – “Solo l’indipendenza ci salva”

L’ho volutamente lasciato per ultimo ma penso che, dal punto di vista strategico, sia il concetto più importante. Senza questo tutto il resto non conta. Mi è già capitato di scriverlo più volte su queste pagine: ritengo che Maroni debba rilanciare la sfida indipendentista e autonomista. Inequivocabile, in questo senso, è stato l’intervento che il segretario leghista ha pronunciato a Domaso il 15 settembre scorso.

Nessuno più crede alla riformabilità in senso “federalista” del Leviatano italico: basta con le facili ipocrisie e con le pie illusioni, questi vogliono i nostri soldi per mantenere il carrozzone, punto. E per farlo ci stanno portando a fondo. Tra l’altro segnalo che oggi parlare di federalismo in senso stretto suscita nel cittadino medio lo stesso interesse che si ottiene nel disquisire di legge elettorale con doppio turno alla francese, cioè NULLO.

Abbiamo in Europa, penso alla Catalogna o alla Scozia, luminosi esempi di realtà dichiaratamente indipendentiste MA non estremiste, oltretutto declinate secondo sensibilità ideologico-culturali differenti (penso anche a quanto detto da Gilberto Oneto, sempre a Domaso, sull’opportunità che nel supermercato dell’autonomismo ognuno trovi un prodotto gradito).

Pur con toni concreti e di buon senso, evitando quelle esasperazioni folkloristiche che in passato così male hanno fatto alla Lega, non si deve temere di tenere alta la bandiera dell’identità.

Riscaldiamo i cuori, muoviamo finalmente i nostri governatori, i nostri sindaci, i nostri amministratori: la gente deve percepire uno “strappo”, anche istituzionale, da Roma, pena l’oblio.

 

Print Friendly, PDF & Email
Default thumbnail
Articolo precedente

IMU, per il ministro Fornero non si può abolire

Articolo successivo

Rai, ma quanto ci costi: a fine anno il buco sarà di 200 milioni