Dalla rassegnazione alla speranza. Indipendente

di STEFANIA PIAZZO

Dov’è finito il Nord che voleva fare la rivoluzione? Un pezzo alla volta in cabina elettorale se ne è andato, sfinito dalla tattica della mediazione. E a furia di tattica, la laurea della devolution è appunto diventata diplomino di scuola (che) media. Un pezzo di carta che non serve a niente.

E l’indipendenza? Dove è finita? Più o meno la stessa fine, nonostante sia nella carta d’identità di qualcuno in parlamento e regioni…

Ma pezzi di politica, senza poltrona, senza il problema di vincere le elezioni e ringraziare amici e amanti – della politica, s’intende –  si sono così riorganizzati, contro la rassegnazione. Fino all’indipendenza? Fino alla forma di uno stato che gli assomigli il più possibile, fino a strappare più autodeterminazione possibile. Come fanno i veneti? Come stanno facendo i veneti. La Lombardia, per quanto debba misurarsi sempre con una borghesia addormentata e assecondata, non è sulla soglia dell’indifferenza. Prova ad esserlo, semmai, su quella dell’indipendenza. Dalla rassegnazione all’indipendenza, basta crederci, tanto che l’assemblea di Indipendenza Lombarda all’hotel Cavalieri a Milano non è stata su questa speranza un ritrovarsi tra reduci, bensì tra appassionati di una minoranza di agguerriti, incalliti sostenitori del provarci sempre. Alta la bandiera del non rassegnarci, semmai dell’issare l’identità nel punto più visibile del dialogo politico.

Morale della favola, non si tratta solo di raccogliere firme per consultare i lombardi sulla loro idea di libertà, ma, come ha sancito l’assemblea con il segretario Giulio Arrighini, il vice Francesco Formenti e il presidente Roberto Bernardelli, di fissare la propria idea di libertà nel no all’Europa, a quella degli Stati, dei banchieri. Volete l’indipendenza, la libertà dei lombardi? Sì, ma si chiederà alla gente, per via referendaria, anche di dire se e come liberare il territorio dalla sudditanza delle sudditanze, che è la prima prigione da cui uscire. Il resto, viene da sé.

“Tutte le tesi che negli anni ’80-’90 avevamo pronosticato sul fallimento di questo Stato – ha detto Arrighini – si sono tragicamente rivelate vere. La Lombardia è scivolata economicamente nelle retroguardie delle regioni più produttive, e la nostra condizione è tuttavia ancora in una linea di sopravvivenza nonostante la vicenda globale trascini verso tutto il basso. Ma il fallimento dell’Italia ci sta portando a fondo”.

Le proiezioni sono un dato di fatto già nel presente. Le aziende vengono acquisite da francesi e tedeschi, viene conquistato il mercato del nord, e nell’arco di un biennio la desertificazione è assicurata. Altro che essere motore dell’economia del Paese. Al resto ci pensa lo Stato, che ha già mortificato la previdenza, schiacciando il bilancio Inps con il debito Inpdap degli statali. Un cimitero di elefanti che tuttavia “è onorato e omaggiato dai vertici. Non dimentichiamo – ricorda Arrighini – le parolone di Napolitano sui “conati di secessione” o della first lady dell’ex presidente della Repubblica, quando rammentava che la “gente del Sud è più buona e intelligente”. Noi, ovviamente, siamo la causa dei mali”.

Indipendenza Lombarda dove guarda? Un modello c’è, e non è quello alla bavarese, che già di suo è compromesso con la Merkel. Il dialogo con Indipendenza Veneta è stato di recente aperto anche come modello operativo, sulla scorta del fatto che in poche settimane sono state raccolte 35mila firme a sostegno dell’autodeterminazione e che, se non si è compromessi con Roma, accade che un movimento dichiaratamente indipendentista possa anche raccogliere il 67% dei consensi.

“Scozia e Catalogna nel 2014 rivendicheranno il loro diritto ad essere nuovi Stati in Europa. Noi siamo da meno? Certo, il problema è che non abbiamo una destra veramente liberale né una sinistra che, come fece Tony Blair, seppe consentire agli scozzesi di esprimersi sul fatto di avere un proprio parlamento”.

Se in 25 anni di politica, il Nord non ce l’ha ancora fatta, è “perché ha mediato con Roma, con uno Stato di delinquenti mafiosi, omertosi, uno Stato che non paga, che chiede un pizzo del 50-60% ai cittadini. Perché – ha ricordato Bernardelli – questo livello di tassazione è un pizzo visto che in cambio non dà sicurezza, non dà regole. Tanto vale allora dire che in Calabria a dare giustizia ci pensa la mafia, a dare lavoro ci pensa la mafia, che con 200 miliardi di fatturato l’anno, è la più grande industria del Paese”.

“Se però mettiamo il popolo nelle condizioni di decidere, visto che non possiamo neppure decidere i politici che vanno in parlamento a far finta di rappresentarci, siamo più vicini alla libertà. Referendum, quindi, per uscire dall’Europa che ci hanno imposto, referendum per uscire dallo Stato che ci mangia vivi e che è fallito”. “Per colpa anche – ha ribadito Formenti – di una classe politica e imprenditoriale individualista, che non si schiera, che sta nelle retroguardie a dirigere per il peggio” .

Non è una partita persa, hanno ricordato anche Baraggia e Toffa, segretari provinciali del movimento per Milano e Brescia, non lo è per opporsi al signoraggio bancario, e alla comunicazione politica distorta che sovrasta  la comunicazione diretta alla gente. A maggior ragione l’importanza del nostro quotidiano l’indipendenza e la rete del movimento sui social network, il recente ingresso della radio in streaming, sono strumenti di lavoro e di libertà.

“Abbiamo bisogno di controinformazione – ha ricordato nel suo intervento  il prof. Giuseppe Reguzzoni, giornalista ed editorialista de l’indipendenza – La giornata di oggi colpisce per la ragione sociale del suo oggetto, “Dalla rassegnazione all’indipendenza”, dalla rassegnazione cioè alla speranza, vuol dire cioè che indipendenza e speranza sono la stessa cosa, e non è poco. Ma uscire dalla rassegnazione vuol dire tornare a fare cultura. Rassegnazione vuol dire aver perso le insegne e un esercito rassegnato è un esercito privo di bandiera, Senza insegna non si va da nessuna parte, rassegnarsi vuol dire aver rinunciato a tutto in nome degli interessi, o a causa di un’azione coloniale abile. Per 20 ci hanno illuso che qualcuno ci rappresentasse. Chi diceva di rappresentarci ci ha invece rubato la speranza si è ingrassato alla tavola romana. Noi abbiamo sbagliato delegando ad altri il nostro amore per la libertà”.

Finita l’ora delle deleghe, va tolta la tovaglia da sotto il tavolo. E bisogna girare i fucili contro chi non ci rappresenta. E’ il collaborazionismo che va stroncato. Così come occorre tornare, anche in Europa, come ha ricordato l’eurodeputato Tino Rossi, ad una Europa dei popoli, agli spazi di libertà dell’euroregione, dei territori più simili a noi. “Un progetto che ora è a dormire, che porta in sé la speranza dei movimenti autonomisti e indipendentisti. Un’Europa dei popoli che toglie sovranità a Roma e a Bruxelles e che dà l’esercizio del governo ai territori, diretti interlocutori dell’Europa”.

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