Dalla Catalunya alla Lombardia: dissanguamento ammazza-futuro

di GIANLUCA MARCHI

Adesso i centralisti e gli statalisti possono gongolare e liquidare gli indipendentisti e i federalisti sulla base di queste parole: eccovi serviti, anche la vostra amata Catalunya, la tanto ammirata autonomia della regione di Barcellona col cui esempio ci avete fracassato gli zebedei per anni, è finita in ginocchio e si vede costretta a chiedere l’aiuto dell’odiata Madrid, in altri termini dello Stato centrale; ha vissuto come una cicala e ora va dalla matrigna a battere cassa; prendetevela in quel posto, autonomisti dei miei stivali!

E i media tutti, o quasi, lì a sottolineare la caduta del mito catalano, della Generalitat che voleva diventare uno Stato indipendente, che imponeva il catalano sul castigliano, che votava nel proprio Parlamento lo statuto fortemente indipendentista, e a rimarcare la figura di cacca di andare in ginocchio a Madrid a implorare un aiuto, visto che a Barcellona e dintorni non ci sono più banche catalane e rifinanziare il debito regionale costa troppo.

Come sempre le cose stanno messe un tantino diversamente, ma raccontarle fino in fondo non conviene a chi è pregiudizialmente contrario al concetto delle piccole patrie. E allora vediamo un po’ di numeri. Nel 2010 il Pil pro-capite dei circa 7,3 milioni di catalani era di 28.262 euro contro la media di 23.100 dell’interna Spagna e dei 24.400 dell’Europa a 27. Con 209,7 miliardi di prodotto interno lordo, la Catalunya rappresenta circa il 20% del Pil spagnolo che, sempre nel 2010, ammontava a 1.062,5 miliardi di euro. Solitamente la regione di Barcellona viene considerata una sorta di “Lombardia spagnola”, anche se, sempre a dati 2010, il pil pro-capite dei lombardi era di circa 33 mila euro su una media italiana di 25,7 mila euro. Diciamo che in termini assoluti la Catalunya è più vicina al Piemonte, che nel 2010 aveva un pil pro-capite di 28,6 mila euro.

Rispetto a un pil complessivo di circa 200 miliardi annui, 42 miliardi di esposizione debitoria rappresentano poco più del 20%. Di conseguenza se la Catalunya fosse uno Stato indipendente sarebbe una realtà ultra-virtuosa. Vogliamo accollare a Barcellona e dintorni altri 40 miliardi che oggi stanno in capo al debito spagnolo? Ebbene si arriverebbe al 40% di debito sul Pil, sempre ben lontano dal dato “ideale” a livello Ue fissato nel 60%. Quindi saremmo sempre in presenza di una realtà ultra solida. Anche perché, e qui sta il punto dolente, secondo i calcoli fatti dalla Generalitat, in termini di tasse versate sono circa 17 miliardi all’anno i soldi che prendono la direzione di Madrid e non tornato più indietro. I catalani hanno retto per molti anni questo andazzo, sostenendo in pratica altre autonomie che, invece, dal centro ottengono più di quello che danno, a cominciare dall’Andalusia, ma oggi a fronte della crisi globale che sta travolgendo il Paese iberico un tale dissanguamento non è più sopportabile. Questo, purtroppo, è l’effetto di un federalismo non compiuto, ma fatto a metà, dove la finanza continua a essere derivata, dove cioè il frutto delle tasse va in gran parte al centro, che poi ridistribuisce nel caso spagnolo secondo la cosiddetta “geometria variabile”, cioè Madrid trasferisce risorse alle varie autonomie sulla base di una contrattazione delle competenze che queste ultime intendono assumersi. Ma è chiaro che se il frutto maggiore della tassazione va allo Stato, con ritrosia questo sarà disposto a mollare qualcosa nei confronti dei territori che ritiene comunque ad esso assoggettati. Se non c’è, come in Svizzera, una ripartizione certa e prestabilita dei proventi delle tasse fra i diversi livelli istituzionali, ci sarà sempre qualcuno che controllo i cordoni della borsa pro domo sua e qualcun altro che deve chiedere più o meno in ginocchio. E alla lunga questo è un fattore di totale distorsione.

Traslate tutti questi ragionamenti alla Lombardia e sarà chiaro che il discorso si proporrà anche qui: la regione più forte d’Italia non è più in grado di “versare” ogni anno circa 40 miliardi (che probabilmente sono stati anche 50 e più nei periodi economicamente migliori) per consentire all’Italia di sopravvivere: se l’economia si contrae, come sta drammaticamente succedendo, mentre i fabbisogni statali non scendono, anzi salgono per via degli interessi, ai lombardi, e più in generale ai padani, verrà chiesto ancora di più per mantenere in piedi uno Stato che non ha più ragion d’essere. E’ un cane che si morde la coda e per questo rischia di morire dissanguato: e’ ciò che i lombardi, i padani o cisalpini che dir si voglia, desiderano? Se lo chiedano seriamente una volta per tutte.

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