Dai, stappa un Prodino: al Quirinale o all’Onu. Chi svende auto, telefoni e pelati fa carriera?

PRODIdi ELSA FARINELLI

Agghiacciante. Ovunque ti giri senti il nome di Prodi. Perché Prodi è il solo autorevole uomo politico in grado di occupare il posto di Napolitano. E iniziano con la trafila dell’esperienza internazionale, di quella europea, infine te lo rifilano alle Nazioni Unite perché è dal 1981 che all’Onu non eleggono un europeo, così leggi in giro. E deve essere Prodi. Al Colle Renzi preferirebbe un altro nome, per il timore di avere uno più in alto di lui con più pelo sullo stomaco. Il problema si pone anche nel Pd, perché 20 mesi fa fu silurato dai 101 grandi elettori del partito. La Lega per guadagnare consenso starà a guardare e a raccogliere i cocci degli altri; Forza Italia sta a guardare a seconda di come ne uscirà il rapporto tra Renzi e Berlusconi.

Ma Prodi….. ha la sua storia e la sinistra in qualche modo gli è debitrice. Quando fu presidente dell’Iri,  dal 1982 al 1989 e dal 1993 al 1994, il più grande ente economico dello Stato, trovò in Carlo de Benedetti (allora patron del gruppo Repubblica e L’Espresso e di altre 30 riviste/quotidiani/settimanali/mensili in tutta Italia), uno dei suoi acquirenti principali.

La lunga svendita all’Iri

 Nel 1986, il più grande gruppo alimentare dello Stato, ovvero la Sme, doveva essere venduta alla Buitoni di De Benedetti ma per un valore inferiore, a quanto pare, a quanto avesse allora la società in cassa, oltre che del suo valore di mercato, 3.100 miliardi di lire.
 Craxi, allora presidente del Consiglio, si oppone e nel contempo entrano in campo nuovi acquirenti,   la Fininvest di Berlusconi, con la Barilla e la Ferrero, con un’offerta superiore.
Si va per vie legali, De Benedetti però perde la scommessa nei tre gradi di giudizio. Tuttavia scatta per  Berlusconi e la Fininvest l’accusa di aver pagato tangenti ai giudici per influenzare la sentenza (fu l’inchiesta partita in seguito alle rivelazioni di Stefania Ariosto). Ma nel 2004 Berlusconi è assolto per non aver commesso il fatto. Il 30 novembre 2006 la Corte di Cassazione stabilisce infine che la Procura milanese non avrebbe mai dovuto iniziare le indagini, in quanto non competente, ed annulla le sentenze emesse dal Tribunale di Milano. Per la cronaca, negli anni ’90 la Sme sarà ceduta a pezzi, per un totale di 2.500 miliardi.  Un po’ più di 497.
Niente Ford, Alfa alla Fiat per la metà

E vi ricordare quando l’Alfa Romeo, nonostante l’offerta Ford di 2.000 miliardi, passò alla Fiat, svalutata da 3.959 a 2.102 miliardi, per 1.000 miliardi di lire?

Si legge che  la Corte dei Conti, magistratura di sorveglianza, ebbe da dire persino sul bilancio dell’Iri: «Il complessivo risultato di gestione dell’Istituto IRI per il 1985, cui concorrono… sia il saldo del conto profitti e perdite sia gli utili e le perdite di natura patrimoniale, corrisponde a una perdita di 980,2 miliardi, che si raffronta a quella di 2.737 miliardi consuntivata nel 1984». Inoltre, alle perdite nette nel 1985  si sommavano 1.203 miliardi contro i 2.347 miliardi del 1984.

Insomma, ci furono utili o perdite?

Infostrada per esempio
Dopo questa vicenda, se ne apre un’altra, Prodi avrebbe venduto   Infostrada a De Benedetti per 700 miliardi di lire spalmabili in ben 14 anni. L’ingegnere fiuta l’affare e la rivende De Benedetti  alla tedesca Mannesmann (società nel capitale Olivetti) per 15.388 miliardi. Dicono 20 volte il prezzo della vendita di Prodi.
Con Prodi premier, Enel riprende   Infostrada da Mannesmann, nel frattempo diventata una cosa sola con Vodafone, per 16.500 miliardi di lire
 Poi è la volta di Telecom. Le casse dello Stato dalla vendita portano a casa 26.000 miliardi di lire, la società passa a Guido Rossi, avvocato di De Benedetti. Via l’ad Rossignolo, giudicato non all’altezza del ruolo, arriva  Franco Bernabè. Nel 1998 Roberto Colaninno, col cavallo di Troria Olivetti, tenta di dare  la scalata alla Telecom. E ci riesce, con una alchimia societaria che grazie appena allo 0,3% delle azioni, può controllare la locomotiva.
Il Financial Times su Telecom: rapina in pieno giorno
Colaninno, tramite una serie di società fantasma, arriva a controllare Telecom con appena lo 0,3% delle azioni, tanto che persino il Financial Times definisce la scalata “una rapina in pieno giorno”.
Sul sito di Rainews di quei giorni si legge:  “Il trasferimento a Tecnost della quota di Telecom Italia in Tim “e’ un furto realizzato alla luce del sole”. Il Financial Times oggi in edicola non usa mezzi termini per analizzare la grande notizia economica del giorno in Italia” E il sito della tv pubblica aggiunge ancora facendo riferimento al quotidiano della City londinese: “Gli azionisti di Telecom Italia  devono solo prendersela con se stessi”. A suo tempo – spiega il Financial Times – “era stato detto più volte agli azionisti che Olivetti avrebbe probabilmente abusato degli investitori di minoranza, se avesse acquisito il controllo di Telecom”.

 

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