Le tre proposte per uscire dalla crisi economica

di CLAUDIO ROMITI

La vicenda di Cipro, l’ennesima catastrofe economico-finanziaria di un Paese mediterraneo, riporta in primo piano il dibattito circa le ricette per uscire dalla crisi che ha investito l’Europa, mettendo in serio pericolo la già traballante stabilità del nostro Paese di Pulcinella. Sotto questo profilo mi sembra che proprio in Italia si possano individuare tre grosse correnti di pensiero, se così vogliamo dire.

La più numerosa sembra quella che, pur in modo molto confuso e variegato, si rifà ai dettami dell’MMT, proponendo di uscire dall’euro per poter tornare a stampar moneta senza vincoli esterni. I portatori di questa fantastica idea -presenti in modo trasversale in ogni settore della società- sostanzialmente propongono candidamente di bloccare l’emergenza finanziaria, facendo nel contempo ripartire la crescita, semplicemente creando nuovo debito. Sarebbe come se un signore rincorso da una masnada di creditori, anzichè tagliare il proprio regime di spesa, emettesse nuovi assegni scoperti per tacitarli, ottenendo nuovi prestiti per la sua fabbrichetta. Quindi, da questo punto di vista, la strada della tipografia monetaria è una pura follia.

In una posizione apparentemente più ragionevole troviamo i cosiddetti vetero keynesiani, a cui appartiene una folta componente di politici, molto presenti nel Pd e nel Pdl, e di opinionisti “illuminati” -tra questi il sempre più antigermanico Barisoni di Radio24-. Anch’essi, in termini molto semplificati, propongono di far ripartire l’economia dal lato della domanda, riempiendo di ulteriori titoli di credito, alias carta straccia, la massa imbelle dei consumatori, ma vorrebbero che ciò avvenisse all’interno dell’euro, convincendo la Germania e gli altri Stati nordici rigoristi ad allentare i vincoli della Bce e quelli, già piuttosto laschi, dei singoli Paesi membri. Di fatto trattasi di una pura sciocchezza, sostenuta dall’antico mito di un new deal realizzato da una politica demenziale che rimette in moto l’economia spendendo soldi fasulli per creare posti di lavoro inventati.

All’ultimo posto troviamo la minoritaria componente di coloro i quali si rifanno, spesso in modo inconsapevole, alla Scuola austriaca. Animata sostanzialmente dal buon senso questa sparuta componente, piuttosto dispersa e disomogenea, si caratterizza per almeno tre elementi unificanti:

a) l’economia si sostiene e si sviluppa essenzialmente dal lato dell’offerta;

b) la ricchezza non sono i soldi di carta, bensì questi ultimi debbono essere strettamente collegati alla sottostante economia;

c) conseguentemente il capitale finanziario dovrebbe esclusivamente scaturire dalla produzione e dallo scambio di beni e servizi.

Ovviamente si tratta di una visione, a mio avviso, estremamente concreta che, tuttavia, non propone miracolose moltiplicazioni dei pani e dei pesci, alias altra spesa pubblica con cui regalare “pasti gratis” a richiesta. Nulla di tutto questo. Al fondo di tale visione c’è semplicemente l’idea che solo il lavoro vero, ossia quello che realizza cose che qualcun altro è disposto a comprare cedendo a sua volta parta della sua produzione, è in grado di far riprendere la strada dello sviluppo.

Il resto sono solo illusioni, ahinoi!

Print Friendly, PDF & Email
Default thumbnail
Articolo precedente

Sabato assemblea di Terra Insubre con cena insubrica

Articolo successivo

I Pirati: serve pre-allertare i berlinesi dall'attacco degli zombie