Siamo fuori dalla crisi? Sarebbe bello capire dove sta scritto

di ALTRE FONTI

Crisi? Ma quale crisi, la crisi non esiste!
Ah no…scusate, la crisi esiste, c’è ma sicuramente è passeggera.
Ah no…scusate ancora, la crisi continua ad esserci, inizia a far paura, ma tra sei mesi siamo fuori dalla crisi e dalla .
Ah no…scusate ancora, non è così, la crisi è finita, siamo fuori dalla crisi, possiamo guardare con fiducia alla  e ad un nuovo periodo di ricchezza e prosperità.

Ovviamente ho enfatizzato un pochetto i discorsi fatti dai politici negli ultimi giorni (ammettiamo che comunque tutti i discorsi sono infarciti di “penso”, “credo”, “forse”… il che la dice lunga, e molti sostengono il rischio di un prolungato periodo di crisi). Intanto però questo sopra è il grafico del PIL dell’Eurozona.

Trovatemi il modo per leggerlo in chiave positiva, con dei chiari segnali di inizio ripresa economica. Siamo in PIENA recessione. Punto e basta. Cerchiamo di esser realisti!
Sarò cieco ed eccessivamente pessimista. Però mi sembra di vedere ancora qualche difficoltà, o sbaglio?

Ritengo molto interessante, in merito alla situazione dell’Italia, il pezzo di un mio ex professore universitario, Mario Deaglio, che sulla torinese La Stampa scrive:

(…) Nell’Italia (e nell’Europa) di oggi, gli operatori della politica e i mezzi di informazione hanno improvvisamente scoperto «la ripresa». Mentre fino a qualche settimana fa si affannavano a raccontare che stiamo vivendo la peggiore contrazione di produzione e consumi dai tempi del dopoguerra, ora la «ripresa», pur indefinita e impalpabile, riempie i discorsi e comincia a colorare di rosa, sia pure di un rosa pallidissimo, aspettative e speranze.  E così come per gli Stati Uniti fu dannoso non parlare mai di una crisi in atto trattandola come non esistente, per l’Italia (e l’Europa) può risultare molto dannoso parlare ossessivamente di una probabile ripresa futura trattandola come già presente.   Su queste colonne, più di un mese fa, si pose l’accento sui segnali positivi trascurati dell’economia, i «fili d’erba» che crescevano in silenzio. Questi fili d’erba si stanno moltiplicando e il prato non è di un triste color marrone; si può dire con una certa sicurezza, però, che l’economia «va» non già quando l’erba sta crescendo ma solo quando il fieno è stato falciato e raccolto e ci si prepara a seminare per l’anno successivo. (…)

La storia insegna, quanto stiamo vedendo ora in Italia, è successo negli USA nel 2008 più altre innumerevoli volte in tanti altri stati. Si tende sempre a manipolare il sentiment, cercando di indurre comportamenti da parte dei risparmiatori che vadano ad influire positivamente sul tessuto economico. Continua il Prof. Deaglio…

Il motivo per cui politici, mezzi di informazione e normali cittadini si affannano a sperare e ad annunziare l’immediata uscita dalla crisi sembra essere di tipo emotivo: è convinzione molto diffusa, aperta o inconsapevole, che, passata la crisi, potremo tornare a spendere come prima: potremo mandare in soffitta la «spending review» e l’Imu, regalarci una riduzione del carico fiscale e quant’altro. L’uscita dalla crisi viene, spesso inconsciamente invocata, come la restaurazione del passato mentre dovrebbe rappresentare l’abbozzo del futuro.  (…)  L’uscita dalla crisi deve necessariamente rappresentare un punto di partenza, non un punto di arrivo

Esattamente così, queste notizie positive, che ci rappresentano un rallentamento del trend discendente, SENZA però portare ad una VERA inversione di tendenza, devono fungere giustametne come da “anticipatore”. Ovvero, se si continuerà su questa strada, potrebbe esserci un’interruzione della recessione. Ma dire che siamo FUORI DALLA CRISI, oggi, è sensibilmente fuori luogo.

(…) Questo discorso italiano può essere applicato, con le necessarie varianti, a gran parte dell’Europa. Sono largamente carenti riflessioni su ciò che vorrà o potrà essere l’Unione Europea dopo questa ripresa; proprio per la presenza di simili carenze è possibile che la ripresa futura si limiti a essere un piccolo e breve fuoco di paglia.Deve far riflettere l’esperienza giapponese: un ventennio costellato di false partenze. C’è da sperare, per l’Italia e per l’Europa che la prossima partenza, alla quale dobbiamo prepararci da subito, sia una partenza vera.

Quindi è necessaria come sempre una buona dose di realismo, proprio per evitare di spezzare sogni di ripresa che al momento sono solo una speranza, evitando come scritto sopra, di fare la fine del Giappone, cercando di mettere invece delle basi solide per una concreta ripartenza che deve essere questa volta assolutamente EUROPEA. Ma bisogna aver le idee molto chiare in merito e cacciare dalla mente quel fumo che illude sulla fine della recessione che sta confondendo molti politici ed economisti.

Mai come oggi è necessario essere molto concreti. Positivi ed ottimisti assolutamente SI, ma anche realisti, sopratutto. Ovviamente tutto questo influisce come detto sul sentiment e contribuisce a limitare la speculazione che è ai minimi (vedi spread a 250bp).  La crisi speculativa è in ritirata, ma può forse ripresentarsi a sorpresa. Non sottovalutiamola.

FONTE ORIGINALE: http://intermarketandmore.finanza.com

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1 Comment

  1. Pare evidente a tutti che se non si prepara il campo non ci sarà mai un raccolto.
    Non è stato preso un singolo provvedimento, da quando il fallimento italiano è diventato pubblico durante l’ultimo governo Berlusconi, in cui in un anno chiusero ben 20.000 aziende di cui 11.000 per fallimento, per cambiare le cose, si è semplicemente continuato a rimandare l’inevitabile, ad aumentare le tasse “pur sapendo che avrebbe avuto un effetto regressivo ed avrebbe aggravato la crisi”, ad aumentare il debito pubblico, a spendere e spandere con i soldi pubblici come se nulla fosse.
    Tralascio su cosa si sarebbe potuto tentare di fare, le scuole economiche non sono d’accordo anzi convergono su una cosa: aumentare la spesa pubblica tassando e tagliando i consumi dei ceti medi/bassi già ridotti, quando il 10% della popolazione detiene il 40% della ricchezza è una follia.
    Gli annunci di ripresa sono semplice propaganda, ne più ne meno come le armi speciali di Hitler asserragliato nel bunker o le fantastiche vittorie del portavoce di Hussein con i carri armati americani sullo sfondo.
    Si spera che la crisi sia solo mentale (se la gente pensa che le cose peggiorino consumerà meno aggravando la recessione) o che un mercato estero riparta facendo ripartire l’export. Di prendere misure “serie” non se ne parla, si discute di “femminicidio” “omofobia” ma mai nulla di concreto in campo economico. Probabilmente è la consapevolezza di essere al capezzale di un malato incurabile. Perfino dei provvedimenti, che di fronte all’oceano di spesa pubblica avrebbero avuto l’effetto di una aspirina ad un malato di cancro, il taglio delle province, del finanziamento pubblico ai partiti, il taglio delle auto blu, sono costantemente rinviati.

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