E se fosse arrivato il momento di delocalizzare al contrario?

imprese in rossodi CLAUDIO BOLLENTINI

iù di un amico, tra quelli che hanno la pazienza di leggermi e di seguirmi nelle mie infinite peregrinazioni tra il mondo dell’informazione e quello della finanza, mi ha seriamente domandato se i prossimi mesi saranno per me caratterizzati da più Milano e meno Lugano rispetto al recente passato, all’ultimo decennio almeno. Una semplificazione che fa riferimento ad alcuni miei recenti editoriali pubblicati su La Bissa e su altri blog e che trattavano sistematicamente l’argomento del reshoring di aziende industriali lombarde, di nuovi investimenti anche o soprattutto esteri nella nostra regione. Ma come! l’Italia è in recessione, addirittura in deflazione, la Lombardia sta un po’ meglio, forse cresce di qualche briciola, ma è pur sempre in forte crisi. E qualcuno pensa di rientrare e investire?

Lo scenario sotto gli occhi di tutti è pessimo e non invoglierebbe nessuno a pianificare investimenti importanti, a puntare le proprie fiches sulla Lombardia o sulle altre regioni maggiormente sviluppate dal punto di vista economico dell’Italia.

Al netto dei profeti di sventura per professione, magari ben foraggiati da gruppi di pressione che difendono interessi particolari, e degli ottimisti della disperazione, che abbondano nelle istituzioni e in politica, conta solo come si muovono i veri investitori. Figure molte volte impalpabili, difficilmente identificabili, ben nascosti dietro grandi fondi di investimento, banche e holding di partecipazioni. Investitori che fanno comunque tendenza e sono seguiti anche dalle più piccole PMI. Si potrebbe disquisire a lungo in merito, ma in questi casi le battute vengono sempre in soccorso e spiegano meglio la situazione rispetto alle analisi dei soliti sapientoni che hanno una risposta a tutto.

La battuta più famosa sull’argomento investimenti, per quanto molto cinica, è attribuita al barone Nathan Rothschild, uno dei fondatori della grande dinastia di banchieri. Avrebbe sentenziato che “il momento di comprare è quando il sangue scorre per le strade”. Intendeva che il momento giusto di investire è quello in cui il pessimismo è al massimo grado, perché subito dopo è molto più probabile che i prezzi risalgano, piuttosto che scendere. Il difficile è capire quando il pessimismo ha davvero raggiunto il culmine, in mancanza di tracce di sangue evidenti.

Chiunque frequenti aziende, valuti bilanci e capisca di distretti e filiere produttive, sa benissimo che il mercato lombardo e italiano offre parecchie ottime occasioni ultimamente. Aziende che una volta costavano care o carissime, oggi sono a buon mercato, imprenditori che una volta avrebbero venduto cara la pelle, ora sono con le spalle al muro. E stiamo parlando di uno dei sistemi industriali più avanzati del mondo, in crisi quanto si vuole, ma pur sempre di eccellenza. E gli investitori stanno monitorando la situazione, le avanguardie si sono già mosse, ma la sensazione è che il momento giusto stia ancora per arrivare. Per non parlare del reshoring. Chi ha delocalizzato per fuggire da un fisco oppressivo e da un costo del lavoro elevato, ora si trova in realtà in cui magari si pagano ancora meno tasse, ma il costo del lavoro si sta livellando. Oppure alcuni innegabili benefici sono azzerati da problemi di sicurezza sociale, politici, logistici o valutari. Ma si rientra se ci sono le condizioni per farlo. E qualcuno, facendo quattro conti, ritiene arrivato il momento di rientrare. Queste non sono notizie infauste, anzi, bisogna saperle cogliere ed approfittarne. Potrebbe essere una leva importante per uscire dalla crisi. Sono la politica e le istituzioni che devono muoversi per creare le condizioni migliori per assecondare il fenomeno. Per evitare che ad arrivare siano solo gli avvoltoi di qualche paese Bric a cui interessa solo acquisire per rapinare know how e trasferirlo altrove lasciandoci i cocci.

(Claudio Bollentini)

http://www.labissa.com/opinioni/4503-la-lombardia-la-crisi-e-la-battuta-del-barone-rothschild.html

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