Cosa fare oppure non fare nel Mezzogiorno

di PIETRO DI MUCCIO DE QUATTRO

Il Mezzogiorno ha bisogno del “neomeridionalismo”, una politica totalmente diversa dal passato. Per decenni i governi, prima e dopo l’istituzione delle Regioni (un ente il cui fallimento è sotto gli occhi di tutti eppure non viene dichiarato per conformismo), hanno proceduto in modo tanto semplice quanto sbagliato: più soldi, più soldi, più soldi. Poiché il sud è povero, diamogli soldi e si risolleverà, pensava in buona e malafede la disastrosa genia di meridionalisti.

Lo Stato ha spedito al sud vagoni di miliardi, distribuendoli a destra e manca senza ben controllare chi intascava e senza verificare a dovere come venivano impiegati. È colpa storica di questo pseudomeridionalismo l’aver creato una casta di industrializzatori, non di industriali propriamente detti, senza reale interesse al prosperare dell’azienda, dal momento che il loro principale scopo consiste nell’incamerare i contributi anziché curare il bilancio dell’impresa, avviata più per mungere denari che sviluppare produzioni redditizie in grado di trovare mercato. Cotale politica ha procurato almeno due guai.

Il primo sta nel fatto che sono state erogate risorse imponenti a fronte delle quali i risultati sono trascurabili in termini di economia generale, mentre sono stati tangibili, eccome, per i beneficiari della manna statale. Il secondo consiste nell’aver diffuso e incentivato la pratica dell’assistenzialismo, per effetto della quale chi volesse intraprendere era portato a contare sul finanziamento pubblico invece che sul capitale privato. Quando mettete gli aspiranti imprenditori davanti all’alternativa se rischiare quattrini personali o soldi erariali, è fin troppo facile prevedere la scelta che faranno. E che in effetti hanno fatto. L’andazzo deve essere abbandonato. Lo Stato serve a stabilire il contesto istituzionale, legale, etico, più confacente alla nascita e allo sviluppo dell’industriosità. Non deve occuparsi d’altro. Fissare le norme e curarne il rispetto sono i suoi compiti essenziali. Ciò vuol dire molte cose, quali, ad esempio, assicurare la proprietà privata; far funzionare in modo rapido ed efficace la giustizia; sburocratizzare l’attività amministrativa; semplificare la vita dei cittadini; preservare la sicurezza pubblica dai piccoli e dai grandi reati; premiare il merito e la lealtà; favorire le forme intermedie di associazionismo; incentivare la cooperazione spontanea; dimostrare con i fatti che la certezza del diritto è il bene supremo a disposizione di tutti, ogni giorno, senza eccezioni, dilazioni, favoritismi; inculcare, fin dalle scuole elementari, l’educazione al rispetto delle leggi; far pesare il discredito come sanzione morale e civile, prima della punizione penale. Insomma, lo Stato deve regolare la società e punire chi sgarra, non guidare la gente a destinazione.

Il sud ha bisogno dello Stato, non della provvidenza di Stato, né della sua invadenza. Lo Stato fa quello che può. Mai abbastanza quello che deve. Concima la mala pianta dell’irresponsabilità e dell’abalietà, che già cresce in terreno favorevole.

Tratto da http://www.opinione.it

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