Costituzione, la “legge suprema” che per alcuni è più uguale che per altri

di ROBERTO PORCU’

Ricevo la comunicazione di quanto, entro il 21 dicembre, dovrò pagare alla Veritas per l’asporto rifiuti, l’azienda pubblica che qui ha in appalto il servizio e che opera in regime di monopolio.

La busta contiene anche una pseudo loro pubblicazione che in prima pagina dà risalto a quanto segue: “La Corte Costituzionale ha bocciato la liberalizzazione dei servizi locali (ad esempio rifiuti e servizio idrico integrato, gestiti da Veritas), contenuta nella manovra-bis di Ferragosto 2011. Troppo simile (anzi uguale) alle norme abrogate dal referendum del 12 e 13 giugno 2011, e successivamente cancellate  dal Capo dello Stato, hanno detto i giudici della Consulta. La Corte ha infatti eccepito che il decreto viola l’articolo 75 della Costituzione italiana, che vieta di riproporre norme cancellate dalla volontà popolare, come è appunto il caso di quelle che riguardano i servizi pubblici locali. Il ricorso era stato presentato da sei Regioni (Emilia Romagna, Lazio, Marche, Puglia, Sardegna ed Umbria) che avevano contestato il mancato rispetto dell’esito del referendum, nonostante il Governo avesse escluso dalla liberalizzazione il servizio idrico. Questo però non è bastato, dal momento che i Giudici della Consulta hanno eccepito che i quesiti che lo scorso anno sono stati sottoposti al referendum – e che sono stati bocciati a larghissima maggioranza dagli italiani – riguardavano tutti i servizi pubblici locali, non solo l’acqua”.

La legge del governo Berlusconi ed il successivo decreto del governo Monti intendevano iniziare a togliere i servizi dalle mani di una infinità di società pubbliche dove i partiti accasano i trombati ed assumono i “clientes” riscuotendo le bollette “a piè di lista” in regime di monopolio e senza rendere conto dei costi effettivi. Contro ciò la partitocrazia si coalizzò, uso tutte le armi propagandiste in suo possesso e vinse. Già lo si intuiva a livello locale, ma Tangentopoli mise alla luce (non tutte) le ruberie dei partiti, e mentre, in ogni caso, politici e faccendieri colti con le mani nella marmellata, asserivano sempre di rubare per il partito, i soloni d’Italia “nella loro purezza” asserivano che la politica costa.

Il referendum abrogativo dell’aprile del 1993 promosso dai Radicali ottenne il 90,3 % dei voti per l’abrogazione del finanziamento pubblico ai partiti, nel clima di sfiducia che succedette quando tante ruberie (non tutte) vennero allo scoperto. Con la legge n. 515 del 10 dicembre 1993 il Parlamento aggiornò, l’esistente legge sui rimborsi elettorali, definiti “contributo per le spese elettorali”, questa venne già applicandola per le elezioni del 27 marzo 1994 e per l’intera legislatura vennero erogati in unica soluzione 47 milioni di euro. La stessa norma venne applicata in occasione delle successive elezioni politiche del 21 aprile 1996.

A luglio del 2012 il parlamento modificò la norma obbligando un partito o un movimento ad avere uno statuto per maturare il diritto a ricevere i rimborsi elettorali (statuto, non obbligo di bilancio). A gennaio 1997 una legge denominata “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici” reintrodusse di fatto il finanziamento pubblico ai partiti prevedendo la possibilità che i contribuenti, al momento della dichiarazione dei redditi, potessero destinare il 4 per mille dell’imposta sul reddito al finanziamento di partiti e movimenti politici (pur senza poter indicare a quale partito), per un totale massimo di 56.810.000 euro, da erogarsi ai partiti entro il 31 gennaio di ogni anno. Per il solo anno 1997 venne poi introdotta una norma transitoria che fissò un fondo di 82.633.000 euro per l’anno in corso.

Il Comitato radicale promotore del referendum del 1993 sull’abolizione del finanziamento pubblico tentò il ricorso rispetto al tradimento dell’esito referendario, ma pur essendo stato riconosciuto in precedenza come potere dello Stato, la Corte Costituzionale gli negò la possibilità di depositare tale ricorso.

Mi preme, a questo punto, farvi notare quanto segue: in un caso la legge (quella sulle liberalizzazioni) “viola l’articolo 75 della Costituzione italiana, che vieta di riproporre norme cancellate dalla volontà popolare” ed in un altro (quello dei contributi ai partiti) non lo viola. La Costituzione – alla faccia delle prediche di Benigni) è uguale per tutti, ma per i maiali nei palazzi del potere è più uguale che per gli altri.

In quell’occasione non furono solo tanti quattrini ad essere rubati dalle casse dello Stato, ma lo fu anche la Democrazia, od almeno quella parvenza di essa che prima avevamo e, per il ripristino di essa, i quattrini rubati dovranno essere resi un giorno all’erario, con relativi interessi,  da chi li percepì o dai loro eredi. Da allora i politici non rubarono più “solamente” risorse alla vita civile, ma presero il vezzo di rubare “anche” ai loro compagni di merenda da forzieri così ben forniti che nessuno diede a vedere di accorgersi di ammanchi.

C’è un tale che quelle di cui sopra le chiama Istituzioni (Sacre), un paio di giornalisti l’hanno chiamata Casta ed io continuo a sostenere che l’Italia sia in mano ad una associazione a delinquere di stampo politico-burocratico: chi pensate abbia ragione?

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