Corsica, torna aria di secessione. Hollande è avvertito

FONTE ORIGINALE: www.rinascita.eu   di Tommaso Della Longa

C’è una maglietta qui in Corsica che ironizza sul boom immobiliare sull’isola: nel disegno c’è una casa che esplode. Quella accanto fa vedere un cartello bilingue, bucato da una sventagliata di pallottole con la scritta in francese cancellata.

Un’altra ancora fa mostra di pastori e uomini che vestono il passamontagna nero. Non c’è solo dell’umorismo per turisti in queste magliette, ma uno spaccato, certo superficiale, di una situazione sull’isola che continua a essere incandescente, dove le armi ancora vengono usate come strumento di lotta politica.
A fine maggio, il Fronte Nazionale per la Liberazione della Corsica (FLNC) è tornato per l’ennesima volta sulla scena. Nel giro di una notte alcune case private sono state fatte saltare in aria in contemporanea: un atto dimostrativo che punta il dito contro la speculazione edilizia. “Questa operazione si incardina all’interno della lotta per la difesa della nostra terra – spiegano nell’intervista-rivendicazione al mensile “Corsica” i militanti dell’FLNC – il nostro popolo continua a essere spogliato del bene più prezioso”. Da queste parti il conflitto armato c’è ed è palpabile nella vita quotidiana. La presenza del “Fronte” sui muri, sui giornali, nelle discussioni della politica e della gente comune testimonia la vivacità a distanza di quasi quarant’anni dai primi attentati a firma FLNC. Facendo qualche domanda in giro è facile avere come risposta una sostanziale approvazione della condotta della lotta armata. “Senza le loro bombe, la Corsica starebbe peggio della Sardegna – ci spiega un commerciante del nord dell’isola – Colate di cemento avrebbero invaso le nostre coste e i ricchi stranieri ci avrebbero tolto intere porzioni della nostra terra. Fino a quando ci sarà il Fronte, tutti sapranno che non potranno fare come vogliono a casa nostra”.
Negli anni, molte sono state le critiche avanzata agli irredentisti corsi: troppe fazioni, troppa violenza. C’è chi è arrivato a paragonare i vari gruppi a una sorta di “pre-mafia”. Vivendo un po’ la Corsica, però, si capisce che nei sentimenti più profondi c’è una sostanziale solidarietà nei confronti di chi ancora oggi vuole difendere gli interessi degli isolani. La questione dei prigionieri può essere un segnale di come vanno le cose da queste parti. Le magliette nere con stampate le immagini dei militanti con passamontagna e fucile Ak-47 vengono vendute un po’ ovunque: benzinai, negozi per souvenir, boulangerie. I soldi vanno all’associazione che si occupa di chi sta in carcere per la militanza armata per la Corsica. E il partito indipendentista “Corsica libera”, l’unico che solidarizza ufficialmente con il “Fronte”, prende voti ed elegge amministratori locali e deputati all’assemblea corsa. Il leader carismatico dei “politici” è Jean-Guy Talamoni, figura che ha unificato le varie fazioni corse e che da anni tratta direttamente con il governo francese. Nel suo passato anche un arresto per terrorismo, con tanto di teste di cuoio francesi che lo prelevano nel sonno e lo trasportano con un Falcon militare a Parigi. Quattro giorni dopo viene scarcerato. Un anno dopo sarà prosciolto definitivamente. “I francesi non riuscivano più a tenere la situazione e mi hanno riportato in Corsica – ci racconta con una punta di orgoglio – in quei quattro giorni barricate, incendi e scontri hanno acceso la Corsica. Fino al mio rientro”.
In questi giorni si è tenuta la trentunesima edizione delle “Ghjurnate” di Corti (antica capitale della Corsica ndr) dove per la prima volta, oltre a baschi, irlandesi, catalani e sardi, hanno partecipato anche tutti gli eletti corsi ai vari livelli istituzionali. Il motivo? Rilanciare un grande progetto di riforma costituzionale per dare all’isola più poteri e tutelare la lingua corsa e il patrimonio della cultura e dell’economia locale. Una giornata storica per gli indipendentisti che sono così diventati centrali nel dibattito in Corsica e in Francia. Quello che colpisce è la volontà degli uomini e delle donne del partito di Talamoni di non rinnegare il proprio passato, le proprie idee, la propria solidarietà verso le azioni dell’FLNC e soprattutto non dimenticare chi sta in carcere. “La piattaforma comune degli eletti corsi è solo un punto di partenza”, spiega Talamoni, sottolineando che il fine ultimo è l’indipendenza. E la questione prigionieri non è solo una voce nel negoziato con il governo di Parigi, ma una questione fondamentale per la soluzione politica del conflitto. I militanti in carcere vengono considerati criminali comuni, ma sono giudicati da tribunali speciali, composti solo da magistrati senza giuria popolare, e condannati sulla base di leggi speciali per il terrorismo. E soprattutto vengono tenuti in istituti penitenziari lontani dalla Corsica, anche se le leggi europee lo vietano. “Chiediamo lo status di prigioniero politico e l’avvicinamento a casa e poi la liberazione definitiva di tutti i prigionieri”, dice senza mezzi termini Talamoni.
Adesso toccherà al nuovo inquilino dell’Eliseo decidere se stare ad ascoltare i corsi oppure lasciare la situazione così com’è. Il muro contro muro, però, sembra non convenire più a nessuno, soprattutto ora che il “Fronte” ha attaccato edifici privati e non i simboli dello stato, un po’ come se questa fosse una sostanziale luce verde a nuovi negoziati. Un’occasione da non perdere. “Uniti vinceremo” recitano le magliette con le effigi dell’FLNC. E per la terra e il popolo corso c’è ancora chi è pronto a combattere, politicamente e con le armi. Hollande è avvertito.

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