Coronavirus. Il capo della protezione civile non è Zamberletti. Dirige la crisi dalla sala stampa a Roma

di Stefania Piazzo – Sarò epigrafica. Quando c’è un terremoto, la zona del “cratere”, quella a più alto rischio, non è solo monitorata, ma è anche “visitata” dalle istituzioni. Almeno per dare un segnale di vicinanza, di umanità, di partecipazione per com-patire insieme alle popolazioni che hanno solo la colpa di viver lì, lavorare, fare famiglia, pagare le tasse come tutti gli altri cittadini italiani, e forse anche di più di altri cittadini, una situazione di straordinaria gravità.

Per chi, come me, ricorda la disastrosa alluvione in Valtellina del 1987, ha indelebile nella memoria il nome di Giuseppe Zamberletti, varesino, politico di un’altra pasta. Lui restò quasi due settimane nelle zone stravolte e devastate dalle frane, inondate. Prese sul posto decisioni che consentirono di salvare vite umane. Inventò la protezione civile e lasciò la Valtellina solo quando a coordinare le operazioni fu nominato l’allora ministro Remo Gaspari.

Oggi invece sentiamo il capo della protezione civile parlare ai microfoni delle televisioni, dalla sede, lontana dal cratere (per tanto ancora?, nd), della protezione civile. Certo, le precauzioni sanitarie sono indispensabili. Ma al fronte oggi ci sono solo i medici, gli infermieri, il personale ospedaliero. Chi non può andare a lavorare, a scuola. I generali col cavallo bianco, stanno sulla collina e lasciano che siano le truppe a sminare il terreno nemico, strisciando nel fango. Il premier, fa il vice sul campo. Parla pure lui diramando comunicati stampa, a distanza. Non c’è un coordinamento sul territorio, anche per delineare che non è una pandemia ma una epidemia circoscritta.

E’ poco ma sicuro che il Nord ce la deve fare da solo. E’ stato lasciato solo. Di certo Codogno, Casalpusterlengo… Vo’  e le aree colpite non faranno la fine del Belice, dell’Irpinia, dell’Aquila, dove tra casse del mezzogiorno e interventi straordinari i fondi sono finiti in fondo ad altre tasche. E c’era chi se la rideva per il disastro per gli appalti che sarebbero arrivati.  Il Nord è di per sè l’antivirus del coronavirus. Non lo è la classe politica che lo governa.

Vogliamo immaginare un Sandro Pertini che si sarebbe messo la mascherina e sarebbe andato dalle popolazioni lombarde e venete, un Papa Luciani  che avrebbe fatto un viaggio per benedire le famiglie e i lavoratori in cassaintegrazione virale. Giuseppe Zamberletti,   sarebbe stato ospite in una tenda a ridosso delle zone isolate. Vogliamo pensare ad una Nilde Jotti che avrebbe preso il treno e che si sarebbe diretta a parlare alle donne, per dire loro di resistere e reagire. Vogliamo sognare una che Rita Levi Montalcini con due parole avrebbe messo a tacere le diatribe tra scienziati. O un Bettino Craxi che avrebbe reagito all’ondata di esasperato allarmismo che ha visto chiudere voli, confini, scambi commerciali.

Oggi dei politici incolore smistano il traffico, parlando con un tono ovvio e burocratico. Non ci rappresentano. Non ci hanno mai rappresentato.

Zamberletti, dall’alto proteggici.

In uno straordinario documento pubblicato sul sito https://www.studiomajone.it/giuseppe-zamberletti-un-ricordo-del-fondatore-della-protezione-civile/

vengono riproposte alcune parole del ministro che coordinò i primi passi della protezione civile. Eccole.

per la prima volta, riuscivamo ad occuparci di proteggere e metter in salvo i vivi, più che a predisporci e attrezzarci per raccogliere morti, nel modo più svelto ed efficiente possibile: in fondo, per me significava il migliore compimento possibile del mio mandato. La Valtellina è poi anche la storia di una comunità scientifica finalmente aggregata alla protezione civile, con le scarpe nel fango, e non più chiusa nella comoda turris eburnea del mondo academico. E’ anche storia di decisioni sofferte, e storia di di istituzioni che in fondo sono rappresentate da uomini con tutti i loro dubbi e le loro debolezze …”. L’emergenza vissuta in Valtellina testimonia la “… storia di un sistema che in quella vicenda troverà motivi di profonda crescita spirituale e professionale”.

La “Commissione Valtellina”, nominata da Zamberletti e confermata dal ministro Gaspari a lui succeduto, era presieduta da Ugo Majone e composta da Lunardi, Govi, Siccardi, Mortara, Verde, Fiore: essa aveva il compito di “studiare i fenomeni ai fini della formulazione di proposte per l’attuazione dei provvedimenti di urgenza”.

E questa è la strepitosa immagine riproposta dal sito.

 

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