TORNARE AL CONTRATTO LIBERO PER SALVARE LAVORO E IMPRESE

di SANDRO SCOPPA

La legge n. 300 del 1970, meglio conosciuta come Statuto dei Lavoratori, ha compiuto quaranta anni lo scorso anno. È una legge che ha indiscutibilmente segnato la storia dei rapporti di lavoro e ha inciso profondamente sulle dinamiche di mercato. Com’è noto, la sua approvazione è avvenuta a margine del cosiddetto “autunno caldo”, a conclusione di un lungo percorso legislativo, iniziato con il disegno di legge presentato da Giuseppe Di Vittorio nel 1952. Nel corso della III legislatura, lo stesso Di Vittorio, unitamente all’altro parlamentare e sindacalista della CGIL, Fernando Santi, presentarono un nuovo disegno di legge sui diritti dei lavoratori nelle fabbriche, a cui fece seguito quello presentato dal PSIUP e un altro ancora presentato, durante la IV legislatura, dal Partito Comunista. Durante la V legislatura, a cavallo tra il mese di giugno 1968 e il giugno 1969, furono presentati al Senato ben cinque disegni di legge. L’ultimo, che costituiva la sintesi e il superamento dei precedenti, il n. 738 del 24 giugno 1969, fu presentato a nome del governo di centro–sinistra, all’epoca presieduto dal democristriano Mariano Rumor, dal ministro socialista Giacomo Brodolini. Venne approvato dal Senato l’11 dicembre 1969. E fu tramutato in legge, con l’approvazione definitiva della Camera dei Deputati, il 14 maggio 1969. A tale seduta presero parte 352 deputati su 630, 217 votarono a favore, 135 si astennero, non ci fu alcun voto contrario.

Con la legge così approvata, fu regolamentato l’ingresso delle organizzazioni sindacali nelle imprese, furono ampliati i diritti dei lavoratori e, soprattutto, furono posti ulteriori e  penetranti limiti ai licenziamenti. Su quest’ultimo punto, l’articolo 18 ha messo a carico delle imprese, con non meno  di 15 dipendenti, l’obbligo di riassunzione (e di risarcimento del danno) del dipendente licenziato senza giusta causa o giustificato motivo.

Proprio tale disposizione è quella che, nel corso del quarantennio di vigenza, ha alimentato numerose discussioni e sollevato le maggiori polemiche. C’è chi, muovendo dall’assunto che essa sia ispirata alla necessità di proteggere i lavoratori, ritenuti la parte debole nei rapporti con i datori di lavoro, considera l’articolo 18 un baluardo intoccabile e ritiene che la sua abrogazione significherebbe indebolire anche le altre forme di tutela dei diritti dei lavoratori. E c’è chi invece sostiene che si debba rendere più flessibile il rapporto di lavoro stabile, anche superando il dualismo che caratterizza un diritto del lavoro, troppo generoso con i dipendenti e troppo avaro con i precari.

Non sorprende quindi che molte proposte di riforma siano state avanzate e che siano stati promossi persino due referendum popolari: il primo, nel 2000, da parte dei Radicali, che si proponevano di eliminare la norma; il secondo, nel 2003, promosso da Rifondazione Comunista che, al contrario, proponeva di estendere la tutela a tutti i lavoratori. Entrambi i referendum non hanno raggiunto il quorum.

Qualche riflessione è utile. Le contrapposte argomentazioni sono essenzialmente basate su preconcetti ideologici: perché non tengono conto che nell’ambito del mercato e, in particolare, del mercato del lavoro, i conflitti si svolgono sempre all’interno di un gioco a somma positiva, che produce vantaggi per tutti i contraenti. «Il mercato – ha chiarito Bruno Leoni – non è un campo di battaglia, in cui si cerca di uccidere il nemico; è un’istituzione pacifica, in cui ognuno cerca di assicurarsi gli altrui beni e servizi al minor prezzo possibile, ma col consenso degli interessati». Ne discende che l’imprenditore non gode di una posizione dominante o di un potere economico, che gli consentano di dare libero sfogo ai suoi capricci. E ciò significa che i dipendenti, assertivamente considerati parte debole, non dipendono dall’arbitrio imprenditoriale. In realtà, in un’economia di mercato il potere spetta unicamente ai consumatori, i quali sono sovrani e, con le loro scelte,  orientano l’attività degli imprenditori. Questi sono di conseguenza tenuti a obbedire agli ordini del pubblico acquirente, che deve essere servito al meglio e al minor costo possibile. L’imprenditore che non sia in grado di comportarsi in tal modo viene dai consumatori estromesso dal mercato.

L’attività imprenditoriale deve perciò svolgersi in maniera efficiente: non solo nell’ambito della scelta e della lavorazione dei fattori di produzione, ma anche, e soprattutto, impiegando, e mantenendo al lavoro, il personale più qualificato. Non è un caso che Ludwig von Mises abbia scritto: «Nell’impresa privata l’assunzione di un operaio non è un atto di favore ma una normale transazione commerciale, nella quale entrambe le parti, il datore di lavoro e il prestatore d’opera, trovano il loro tornaconto. Il datore di lavoro deve cercare di pagare la forza-lavoro in misura corrispondente alla sua prestazione lavorativa. Se non lo fa, rischia di vedersi sottrarre l’operaio da un concorrente disposto a pagare di più. Il prestatore d’opera, da parte sua, deve cercare di occupare il suo posto in modo da meritare il salario, per non rischiare di perdere il posto stesso. Poiché l’assunzione non è un favore ma una transazione economica, l’operaio assunto non deve preoccuparsi dell’eventualità di essere licenziato per avversione nei suoi confronti. L’imprenditore che licenzia per avversione un operaio che lavora bene e si guadagna il suo salario, danneggia soltanto se stesso e non l’operaio, il quale finirà comunque per trovare un’occupazione dello stesso livello».

Non c’è pertanto alcuna rapporto da riequilibrare attraverso una speciale tutela come quella apprestata dall’articolo 18, che rende “forte” una delle parti del rapporto a discapito dell’altra, non tenendo conto che la parte imprenditoriale è già tenuta a rispondere alle esigenze dei consumatori, orientati nelle scelte unicamente dalle preferenze individuali e pronti a penalizzare gli imprenditori per ogni deviazione, anche minima, rispetto alla loro domanda. Il che si traduce in un gravoso onere che comprime la richiesta di lavoro, distorce l’allocazione ottimale delle risorse e frena la crescita delle imprese.

E non solo. Proprio accordando una speciale tutela al dipendente, la normativa vigente finisce per burocratizzare le aziende private e, nel contempo, per rendere meno produttivo il lavoro dal quale viene rimossa l’alea insita in ogni attività umana. Altra considerazione può pure essere fatta in ordine agli stessi motivi di recesso del datore, per i quali il giudizio, nel non infrequente caso di contestazione del licenziamento, è sottratto alle parti. È infatti rimesso alla discrezionalità, forse maggiore di quanto non accada in altri settori, del magistrato.

I tempi sono ormai maturi per rimuovere l’articolo 18, la cui vigenza si è dimostrata una norma illiberale e demagogica. Occorre estromettere lo Stato e la sua legislazione dalla libera negoziazione sociale, tra chi domanda e chi offre lavoro. È così che si può restituire alle parti la libertà di regolamentare autonomamente i propri interessi, anche perfezionando contratti diversi da quello a tempo indeterminato, che avrebbero «valore di legge tra le parti» (art. 1374 c.c.). E queste sarebbero tenute ad adempiere alle obbligazioni assunte per non incorrere nelle sanzioni eventualmente già inserite nell’accordo contrattuale e comunque previste per i casi di inadempimento.

sandro.scoppa@fondazionescoppa.it

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