Giornali in via d’estinzione. Ma non i corsi per giornalisti che premiano di più chi studia i rom

di BRUNO DETASSISestinzione_giornali

I giornali sono come i dinosauri, in via di estinzione. La carta stampata sparirà presto dalla faccia della terra e resteranno solo ologrammi online. Sul sito del blog di Grillo l’altro giorno si leggeva questo, a firma di Roberto Casaleggio:

“Questo secondo post sulla morte dei giornali sarà inserito nello studio “Press obituary” di prossima pubblicazione su questo blog. La fine dei giornali è una delle cose più prevedibili del nostro futuro, gli unici che non lo sanno ancora sono i giornalisti. Si tratta solo di stabilire la data del decesso che da Stato a Stato varia tra i 5 e i 10 anni. Rupert Murdoch di News Corporation (che comprende the Sun, il Times, il Sunday Times e 150 tra giornali locali e nazionali in Australia) prevede che entro 10 anni non esisteranno più i giornali.
Nel sito www.futureexploration.net è presentata una scala dei tempi dell’estinzione della carta stampata nelle diverse nazioni.
La prima nazione “newspaper free” saranno gli Stati Uniti nel 2017, tutto il resto del mondo entro il 2040, l’Italia nel 2027.Stampare giornali o investirci oggi equivale a studiare da maniscalco al tempo in cui Henry Ford lanciava la Ford T”.

Avere la presunzione che tutto sia per sempre è stupido ed è altrettanto stupido non sapersi adattare ai cambiamenti, in altre parole, evolversi.

Diverso è pensare che il maniscalco sia paragonabile al mestiere di giornalista. Perché, se così fosse, legare il destino di un lavoro al materiale che lo contiene, cioè la carta, non è la stessa cosa.

Vorrebbe dire che scrivere sul web è cosa per tutti. Che costruire o gestire una redazione sia un gioco in scatola. Vorrebbe dire che tutti possono improvvissarsi o ritenersi giornalisti per il solo fatto di scrivere sul diario di facebook o commentare su un proprio blog un evento. E’ questo il giornalismo?

Costruire un filmato, montarlo, commentarlo, intervistare, scrivere un’analisi politica, è da tutti o è un lavoro? E’ un passatempo?

Oggi si vivono due eccessi: quella dei giornalisti iperprotetti, ipergarantiti, incapaci di fare il proprio mestiere e che di politica non ne capiscono mezza, e che non sanno leggere ciò che c’è dietro un fatto… e quella degli editori che credono che fare un giornale sia riempire un contenitore. Che ci vuole? Niente. Basta andare su internet e copiare quello che c’è e che si crede sia vero. Oro colato.

E allora, un conto è difendere un mestiere che richiede anni di applicazione e costanza e continue relazioni per essere esercitato nel migliore dei modi, un conto è aggiornarsi per gestire le nuove tecnologie, un conto è ricordare che fare un’inchiesta vuol dire scendere per strada, indagare, verificare, lavorare anche mesi su un solo filone, altra cosa invece è difendere l’indifendibile, la staticità di un modo di operare nell’informazione. O evolvi, o soccombi. Ma se il maniscalco è sparito, non può sparire il mestiere del giornalista. A patto che gli Ordini professionali si aggiornino alla velocità con cui cambia la società che li circonda e che i loro giornalisti cercano di raccontare.

L’ultima trovata europea, quella dell’obbligo dei corsi di aggiornamento, un tot di punti entro un tot di anni frequentando, a pagamento, ovvio, dei seminari, così lavorano anche i relatori, lascia il tempo che trova. La formazione continua e obbligatoria è singolare quando in nome del politicamente corretto, accumuli tre punti a seminario tranne quando ne frequenti uno, metti magari a Roma, sul tema rom e informazione. Allora, dei 13 punti che devi accumulare in due anni per conservare l’iscrizione all’Ordine (attenti bene, non perché lavori, ma perché paghi l’iscrizione all’aggiornamento), seguendo il mini corso sui rom, ne guadagni 10 in un botto solo. Però, mica male. I rom certo sono un problema, il tema è scottante. Ma non è forse un problema anche premiare di più chi paga per aggiornarsi sugli usi e costumi dei nomadi? Se questo è il giornalismo che si affaccia al futuro, altro che maniscalchi.

Sono i giornalisti, e non i meccanici per auto, l’evoluzione dei maniscalchi, quelli che rischiano la vita girando nei teatri di guerra, scrivendo di camorra, denunciando il malaffare. Sono i giornalisti che rischiano insensate denunce per diffamazione, strumento diventato minaccia e via breve per tappare la bocca toccando il singolo sul fronte del patrimonio. Sono i giornalisti che vengono pagati 10 euro a pezzo, mentre chi viene ad aggiustare la lavatrice, esattamente 200 volte tanto. Sono i giornalisti che devono scrivere gratis, mentre gli altri chiedono di essere pagati: gli avvocati, ad esempio. Ma se l’esempio, appunto, sono i corsi di aggiornamento e la perdita di baricentro dell’informazione, diventata polpetta uguale per tutti, non si salverà nessuno. Ed è così che andrà. Non avendo compreso, editori e giornalisti, la potenza dei mezzi nelle loro mani, faranno comunicazione solo quelli che avranno in mano i soldi per comunicare ciò che serve.

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

Edilizia scolastica, fatti due conti vediamo chi prende i soldi

Articolo successivo

Tranquilli, siamo già stati comperati dai cinesi