HA UNA DITTA, MA LE BANCHE NON GLI APRONO IL CONTO CORRENTE

di REDAZIONE

Di seguito, vi riportiamo la storia assurda di un imprenditore (che per ovvie ragioni ha chiesto di rimanere anonimo) intenzionato ad investire in Italia. Come leggerete, si tratta di un’impresa al limite dell’impossibile.

Premetto che sono un ex imprenditore italiano, che ha lavorato nel settore dell’e-commerce per 10 anni, esperto di Web Marketing e Vendita online. Ho chiuso la mia azienda nel mese di dicembre 2011, dopo 3 anni di persecuzione da parte del fisco italiano. Ho deciso di uscire dall’arena delle fiere, e ho accettato una proposta molto alettante da parte di una società americana.

Questa società vuole entrare sul mercato europeo tramite i miei due siti dediti all’e-commerce, le mie creature (60.000 accessi al mese), e mi affida il compito di impiantare una stabile organizzazione in Italia. Ovviamente accetto e nel giro di neanche un mese ho affittato ufficio e un magazzino e aperto la Partita Iva con relativa iscrizione alla Camera di commercio.

La stabile organizzazione è diventata giuridicamente parlando una S.r.l. italiana. Benissimo dico io, il più è fatto. E invece no! Adesso per fare le cose in regola e poter pagare le tasse serve un conto corrente italiano. Ottimo dico io, vado in banca con la visura camerale e tutti i documenti americani della società e lo apro.

Visito la prima banca, entro dentro e chiedo un appuntamento con il direttore per aprire un conto corrente azienda, ovviamente senza fido e senza carta di credito. Mi serve solo un conto corrente per ricevere i pagamenti, pagare i fornitori e inviare telematicamente gli F24 delle tasse. Il direttore mi sembra molto diponibile, mi chiede come mi chiamo, e mi fa la visura camerale della mia ex azienda per capire chi sono, nessun problema, mai avuto un protesto in vita mia, e infatti mi prende in grande considerazione. Gli spiego a grandi linee l’assetto societario, società con sede negli U.s.a. che ha aperto una filiale in Italia per vendere materiale informatico in tutta Europa, tramite “Ebay” e i siti web di mia proprietà. Mi dice subito che secondo lui non ci sono problemi e mi propone anche il “gateway” per ricevere i pagamenti con le carte di credito sui siti. Ottimo dico io, apriamo subito il conto.

Il direttore smorza subito il mio entusiasmo perchè deve prima parlare con il loro ufficio legale e con un’altro ufficio, quello dell’antiriciclaggio. Ovviamente gli faccio presente che il legale rappresentante è un cittadino europeo e mi serve una risposta certa per farlo venire a firmare le carte. Il direttore annuisce, e mi dice che mi fa sapere all’indomani.

Da quel domani sono passati dieci giorni, e ancora non si sa nulla. A quel punto torno in banca e chiedo se ci sono novità. Il direttore mi risponde che ha passato la pratica all’impiegato, e così vado dall’impiegato che mi chiede ulteriori carte, che non so a cosa gli servono perché sono documenti americani, comunque anche se malvolentieri decido di fargli fare le fotocopie.

Passa un’altra settimana, e ancora niente, così rivado in banca a sentire e mi dicono che il loro ufficio legale non autorizza conti correnti a società estere, io insisto nel dire che la società ha Partita Iva italiana, e che non ha nulla a che vedere con la casa madre americana, in quanto quella ha un conto nehli U.s.a. e un’altro conto in Europa per la gestione delle filiali. Nulla da fare, mi dice: “Non apriamo conti correnti a società estere”: A questo punto mi infervoro e chiedo la motivazione, ma il motivo non me lo sanno dire. Non si può e basta!

Intanto, mi hanno fatto perdere quasi venti giorni, con tutto quello che ne consegue: affitto da pagare e altre spese fisse a carico della succursale: Ebbene, questa assurda tiritera me l’hanno già fatta cinque banche, cinque capito?, tutte con lo stesso e identico modus operandi e le stesse risposte. Ormai sono due mesi che passo le giornate a spiegare ai direttori di banca che la succursale è una normalissima azienda italiana, e ben altre cinque banche si sono rifiutate di aprire un conto corrente senza fido e senza carta di credito ad una succursale italiana di una società estera.

Morale della favola: questa società ha investito tempo e denaro in Italia pensando di fare un buon affare, ma purtroppo si sta rendendo conto che investire in questo paese – alla faccia di tutte le promesse ridicole di semplificazione – è un gran brutto affare. Le società americane aprono conti correnti in tutto il mondo, meno che in Italia. Se questo è il modo di attirare investitori stranieri in Italia, io penso proprio che il fallimento è dietro l’angolo, ma neanche da parte dello Stato italiano, che alla fine in una settimana ha regolarizzato la mia succursale (la mia ditta insomma), il grande problema del nostro paese sono le banche!

Ovviamente, vi terrò informati degli sviluppi di questa vicenda surreale.

 

Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

QUELLA STRANA UNITA' D'ITALIA

Articolo successivo

L'INQUISIZIONE FISCALE SI E' MATERIALIZZATA