Consumi, il peggior dato dal dopoguerra

Con un calo complessivo dei consumi dell’11,7%, pari ad oltre 126 miliardi di euro, il 2020 ha registrato il peggior dato dal secondo dopoguerra con alcune differenze sul territorio: il Nord e il Centro risultano le aree più penalizzate, mentre il Sud, che partiva da una situazione più difficile, ha visto un andamento lievemente meno negativo; Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sardegna sono le regioni con le maggiori perdite di consumi (dal 13% in su), Trentino Alto Adige, Basilicata, Puglia e Abruzzo sono invece quelle che hanno “contenuto” le perdite con cali inferiori al 9%; significativo il ruolo svolto dalla spesa degli stranieri che ha registrato una riduzione complessiva del 60,4% pari ad una perdita di circa 27 miliardi di cui 23 concentrati prevalentemente nelle regioni del Centro-Nord (Lazio e Toscana in testa); quanto alla spesa pro capite, il crollo della domanda nel 2020 ha comportato, mediamente, una riduzione di oltre 2.000 euro rispetto al 2019 riportando i consumi ai livelli del 1995; queste dinamiche si sono innestate su situazioni molto articolate e caratterizzate da significative distanze tra le regioni: gli oltre 24mila euro di spesa pro capite della Valle d’Aosta, che risulta al primo posto, sono infatti più del doppio della Campania che, con 11.700 euro di spesa per abitante, si colloca all’ultimo posto; per il 2021 le previsioni, seppur con consumi in ripresa del +3,8% a livello nazionale, restano molto caute, sia per le incognite sulla ripartenza del turismo internazionale, sia per gli effetti derivanti dalle restrizioni alla mobilità e all’attività economica; con la conseguenza che, in valore assoluto, la spesa pro capite, mediamente, non riuscirà a recuperare nemmeno un terzo di quanto perso durante la pandemia. Questi i principali risultati che emergono dal report sui consumi 2019-2021 dell’Ufficio Studi CONFCOMMERCIO che analizza l’andamento dei consumi nelle Regioni , previsioni e pil e consumi di maggio e giugno (documento integrale su www.CONFCOMMERCIO.it).

Il confronto regionale in serie storica mette in luce l’eccezionalità di quanto rilevato nel 2020. La riduzione dell’11,7% registrata in un solo anno non ha nessun rapporto o confronto con quanto osservato negli anni per cui si dispone di serie storiche omogenee e confrontabili La pesante flessione registrata dai consumi nel 2020, che ha visto il Mezzogiorno registrare un andamento lievemente meno negativo rispetto al Centro-Nord, si innesta, peraltro, su contesti territoriali molti diversi. Il Sud si è trovato ad affrontare la crisi dopo un lunghissimo periodo in cui i consumi dell’area avevano mostrato elementi di forte sofferenza, pur nel confronto con una dinamica complessivamente molto debole dell’intero Paese. La differenza di performance si rileva sia nel periodo 1996-2007, di moderata crescita, sia negli anni successivi, nei quali l’area non era minimamente riuscita a recuperare la perdita di domanda generata dalla doppia crisi (finanziaria e dei debiti sovrani). Quest’evoluzione ha determinato una riduzione del contributo fornito dal Mezzogiorno alla domanda per consumi delle famiglie. La quota ha infatti mostrato una progressiva riduzione passando dal 30,3% del 1995 al 27,3% del 2020.

Nel passaggio dalle ripartizioni alle regioni emergono anche molte differenze. Le contrazioni più significative della domanda, e ben superiori al dato nazionale e ripartizionale, si rilevano in Veneto, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia e Sardegna. Per contro riduzioni inferiori al 9% si stimano in Trentino Alto Adige, Abruzzo, Basilicata e Puglia. Tra gli altri riscontri, per interpretare queste stime, si può fare riferimento alla quota della spesa degli stranieri sugli specifici territori regionali: quote maggiori implicano maggiori cadute dei consumi, mitigate, nel caso del Trentino Alto Adige dalla crescita dei residenti, in controtendenza netta con il dato nazionale. Il confronto in serie storica (1995-2020) dei dati relativi ai consumi pro capite evidenzia andamenti delle ripartizioni meno articolati. La caduta dei consumi delle regioni del Sud appare, infatti, meno drastica rispetto a quanto rilevato a livello aggregato regionalmente. Questo andamento risente, ovviamente, delle dinamiche demografiche che hanno visto, nel periodo in esame, una crescita della popolazione nel Centro-Nord, mentre il Mezzogiorno ha visto diminuire i propri residenti, soprattutto nelle fasce più giovani: tra il 1995 ed il 2019, infatti, il peso del Sud in termini di popolazione si è ridotto dal 36,4% al 33,9%. Nel complesso, se si guarda all’impatto che ha avuto il crollo dell’attività economica nel 2020 sul versante dei consumi pro capite, si rileva come la spesa per residente, espressa a prezzi 2020, sia di fatto tornata al livello del 1995. Per il Sud il regresso appare ancora più rilevante con un valore dei consumi inferiore rispetto all’inizio delle serie storiche. Anche in questo caso le differenze a livello regionale nella spesa per abitante sono significative. Si va dagli oltre 24mila euro della Valle d’Aosta ai poco più di 11.700 della Campania. Il record negativo della regione risiede, in parte, nell’essere l’unico territorio meridionale a non aver conosciuto significative perdite di popolazione residente tra il 1995 ed il 2020.

La spesa sostenuta dagli stranieri, che nel 2019 rappresentava oltre il 4% dei consumi sul territorio nazionale, ha registrato nel 2020 una caduta significativa, con una riduzione complessiva di circa 27 miliardi (-60,4%). Il fenomeno, pur diffuso, ha colpito in misura più rilevante le regioni del Centro-Nord (-23 miliardi circa), territori nei quali l’incidenza di questa voce sulla spesa è storicamente più elevata. In linea generale si nota una profonda sofferenza nelle regioni in cui il turismo ha connotati meno stagionali e dove le città d’arte costituiscono un polo d’attrazione, soprattutto in primavera ed in autunno, come Lazio, Toscana, Campania, Sicilia, Veneto e Lombardia. In termini percentuali la caduta più significativa si è registrata nel Lazio (-75,2%) a cui si contrappone la quasi tenuta della Valle d’Aosta (-6,9%) regione in cui il turismo straniero, però, svolge un ruolo cruciale, osservandosi una quota sui consumi interni della regione del 14,5%. Il deciso aumento registrato in Molise rappresenta statisticamente un bias, ovvero una distorsione attesa determinata dai numeri molto piccoli del turismo straniero in questa regione.

 

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