CARO ONETO, “PADANIA” NON E’ TUTTO QUANTO ORO

di GIACOMO CONSALEZ

Caro Gilberto, con riferimento all’opera devastatrice del governo Monti-Addams, tu concludi il tuo bell’articolo con le suggestive parole che seguono: “Cosa c’è di padano in quasi tutti costoro? Sono nati in Padania ma sono il frutto della confusione geografica di una maliziosa cicogna mondialista, sono il risultato di accidenti storici, sono la prova provata dell’inconsistenza dello jus soli. Quali sono i loro legami col territorio, in cosa si legge la loro padanità? Cos’hanno fatto per la nostra sgangherata compagnia di polentoni sempre più in balia della propria millenaria preferenza per il lavoro rispetto alla politica? Questa è gente apolide, che ha radici nelle banche, negli istituti universitari e nei corridoi ministeriali, che non sono proprio fucine di identità o di legame con il territorio. Sono solo plutocrati della mutua. Sono l’ultima spiaggia di una italianità sfibrata e di un sistema ladro e fastidioso. Sono la famiglia Addams dei poteri forti. Sono un altro convincente spot per l’indipendenza.”.

Ora però non possiamo sostenere seriamente che quando un padano commette delle porcherie non è più un vero padano. Come vado dicendo da 10 anni, l’occasione fa l’uomo italiano. Generazioni di classe dirigente, di potentati finanziari, di industriali assistiti e di cementificatori senza scrupoli di purissime razze e matrici padano-venete sono lì a dimostrarlo.

Va bene fare riferimento a radici identitarie per cercare un comune sentire, un humus, un brodo di coltura generoso e nutriente da cui ripartire. D’altro canto la storia recente, e non, ci insegna che la riscossa non è tutta nel passato. Il passato è lì anche per rivelare quali siano le radici più profonde della nostra disfatta, in primo luogo una disfatta morale. Perché mai i padanisti, anche quelli di rango come te, si rifiutano di ammettere che qualcosa vada costruito ex-novo, con radicalità, nei meccanismi di delega del potere, in modo che ad averla vinta non siano sempre e solo le congregazioni di furbi e arroganti ai danni della collettività? La nostra società da che io ricordi produce una deriva obbligata verso il maneggio e l’abuso di potere, più garbata ma non qualitativamente dissimile da altre realtà a cui non sceglierei di ispirarmi nell’Europa mediterranea e balcanica. Negarlo richiede l’apposizione di fettine di polpa scelta sugli occhi.

La Padania ha generato alcune delle più consolidate società di maneggio, alcune delle peggiori massonerie laiche e cattoliche dedite alla predazione che si ricordino. L’università piemontese, lombarda, veneta non brilla certo per trasparenza nei meccanismi di promozione accademica, e sforna pensiero unico e deferenza verso i potenti. La commistione inguardabile tra potere politico e industria ha prodotto qui da noi mostruosità di ogni genere, deturpando il nostro territorio e mettendoci al passo con lo stivale più corrotto d’Europa nel settore dei lavori pubblici, gestiti da una classe dirigente in gran parte locale, in accordo con figuri inguardabili di tutte le latitudini.

Caro Gilberto, in maggioranza, io credo, siamo gente per bene, se no non sarei qui a leggerti. Ma i figli di madre ignota, di anno in anno, continuiamo a metterli in sella, con tanto di frustino. E ci lasciamo fustigare con rassegnazione, nascondendo a fatica la nostra fascinazione per i malviventi.

Potere ai cittadini dei territori Padano-Alpini. Sovranità popolare. Briglie corte per i politici, vecchi e nuovi, italianisti e indipendentisti

 

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