Con il Covid corre e-commerce ma a rischio ci sono 70mila negozi

I negozi tradizionali rischiano di pagare caro l’effetto del Covid. Tra le restrizioni per arginare le nuove ondate, che hanno spostato quote di mercato a vantaggio dell’online, e la crisi dei consumi innescata dalla pandemia, l’intero comparto del commercio al dettaglio e’ in grave difficolta’. A lanciare l’allarme e’ Confesercenti, secondo le cui stime sono circa 70mila le attivita’ commerciali che, senza una decisa inversione di tendenza, potrebbero abbassare definitivamente le saracinesche nel corso di quest’anno. Particolarmente a rischio, in questa situazione, sono soprattutto le 35mila attivita’ collocate all’interno di centri e gallerie commerciali, che nei fine settimana restano chiusi sia in zona rossa che arancione, avverte Confesercenti, evidenziando come “anche i centri commerciali dovrebbero essere inseriti nel piano delle riaperture”. I negozi tradizionali si trovano a vivere ormai da molti mesi una situazione di restrizioni, dettate dalla pandemia, che spingono le vendite online, affossando invece quelle di negozi e supermercati.

Nel primo bimestre di quest’anno, rileva Confesercenti, gli acquisti presso la grande distribuzione e le piccole superfici si sono ridotti rispettivamente, del 3,8 e del 10,7%, mentre le vendite sul canale on-line sono aumentate del 37,2%. L’espansione del commercio elettronico ha avuto un’accelerazione a partire dallo scorso ottobre, quando le misure adottate per contrastare la seconda e poi la terza ondata del contagio hanno piegato vero il basso le vendite nei canali tradizionali, spiega lo studio, precisando che si tratta di un’evoluzione gia’ osservata in occasione del primo lockdown di marzo-aprile dello scorso anno. “Di fatto, le misure di restrizione, per le modalita’ con cui continuano a essere attuate, stanno determinando una strutturale e non governata redistribuzione delle quote di vendita verso il canale on-line”, commenta Confesercenti, che vede i maggiori rischi per i negozi all’interno dei centri commerciali: “L’obbligo di chiusura nel fine settimana, che rappresenta il 40% delle vendite di queste attivita’, e’ un cataclisma sul comparto”.

Un divieto che peraltro, puntualizza l’associazione, ignora “gli alti standard di sicurezza, dall’areazione al controllo degli ingressi, disposti da centri e gallerie e che genera una perdita di almeno 1,5 miliardi di euro per ogni weekend, in buona parte a vantaggio del canale di distribuzione online”. Il piano di riaperture, intanto, consentira’ una boccata d’ossigeno per i ristoranti che hanno tavoli all’aperto, che potranno riaprire a pranzo e a cena a partire dal 26 aprile. Per loro questo consentira’ di “recuperare circa il 15% del totale del fatturato di settore con grandi differenze da regione a regione”, stima Filiera Italia, che chiede di anticipare appena possibile l’apertura anche al chiuso (ora fissata al primo giugno) per i soli locali con servizio al tavolo, “applicando norme anche piu’ stringenti, relative ad esempio alla prenotazione elettronica e alla registrazione dei clienti con eventuale incrocio con dati fiscali”.

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