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Come si conquista uno Stato all’insegna della frode e dell’inganno

di DANIEL MOSCARDI
L’elite nobiliare-massonico-affarista che rappresentava uno “zero virgola” della popolazione italiana al 1860 riuscì a conquistare il potere attraverso il cosiddetto Risorgimento anche perché conosceva bene due concetti fondamentali per la conquista e il mantenimento del potere.

Il primo era quello che una minoranza ben organizzata avrà sempre ragione di una maggioranza disorganizzata, come teorizzerà magistralmente Gaetano Mosca qualche decennio più tardi nei suoi scritti politici.

Il secondo era quello che, una volta conquistato il potere, occorreva gettare sulle dinastie degli Stati che avevano appena abbattuto il maggior discredito possibile, facendoli passare per biechi reazionari che tenevano i propri sudditi in condizioni miserevoli di orrendo malgoverno.

Prendiamo la Toscana, ad esempio. Il 27 Aprile 1859 il Granduca Leopoldo II di Asburgo Lorena preferisce fuggire a Vienna con i soli abiti che aveva addosso lui e la famiglia, piuttosto che entrare in un’altra guerra (dopo quella del 1848) contro l’Austria.

Uomo fondamentalmente pacifico, tanta era la sua attenzione verso l’esercito e le cose militari, che l’ambasciatore austriaco a Firenze, il barone Von Hugel, scrive –inorridito- in un suo rapporto segreto a Vienna che il Granduca si era deciso a passare in rassegna le proprie truppe solo il 25 Aprile 1859, e per la prima volta!

Al figlio, l’Arciduca Ereditario Ferdinando (che nel Luglio di quello stesso anno assunse il titolo di Granduca dopo l’abdicazione del padre), che implorava il padre nei giorni immediatamente precedenti il 27 Aprile di rafforzare l’esercito di fronte alla guerra ormai imminente, Leopoldo rispose che l’esercito bastava così, anzi avanzava, perché la vera guerra che ancora non era stata vinta era quella contro la malaria in Maremma di cui peraltro era morto anche suo padre, il Granduca Ferdinando III, nel 1824.

Non era quindi un caso fortuito che il bilancio dello Stato Toscano –così come degli altri stati italiani- al 1859 era in forte attivo, grazie ad una attenta anzi parsimoniosa cura delle spese pubbliche, mentre il bilancio del Piemonte era in condizioni disastrose a causa delle enormi spese militari che si mangiavano 1/3 dell’intero bilancio, facendone lo stato più indebitato d’Europa.

I rappresentanti del nuovo governo provvisorio Toscano sapevano bene che andava data una parvenza di legittimità al nuovo ordine delle cose così che fu indetto un plebiscito “per l’annessione al Regno del Piemonte” che si tenne nel Marzo del 1860.

Inutile dire che anche questo Plebiscito fu una farsa, tant’è che le schede (del SI o del NO all’annessione) venivano depositate sotto gli occhi di tutti nell’urna apposita.

Siccome le schede del “NO” erano letteralmente introvabili (con i tipografi debitamente avvertiti dalle autorità che avrebbero stampato le schede del NO a loro rischio e pericolo), qualcuno che ebbe a lamentarsi pubblicamente di “questa strana mancanza” fu subito fatto arrestare ed incarcerare, per ordine del barone Bettino Ricasoli, di fatto il nuovo “reggente” della Toscana in attesa della consacrazione ufficiale per il Piemonte.

Il fatto accadde proprio nel feudo del Ricasoli, a Brolio in Chianti, dove una dozzina di contadini, al momento di entrare alle urne chiese di poter avere anche la scheda del NO, onde poter decidere liberamente.

Inutile dire che i risultati di tale “plebiscito” furono da maggioranza bulgara:  366.471 i voti per il SI all’unione con il Piemonte contro appena 19.899 per il NO. Sappiamo ormai da fonti certe come il Piemonte avesse inviato anche in Toscana un buon numero di Carabinieri travestiti da civili per presenziare le urne, e falsare i risultati qualora ve ne fosse stato bisogno.

Il nuovo stato Italiano nasceva così all’insegna della frode e dell’inganno, e, come sarà anche in seguito, le masse erano o manipolate o spettatrici inerti di chi conduceva –realmente- i giochi.

 

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