Cina, delitto con inchino

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di ROMANO BRACALINI – «Tutto ciò che striscia sulla terra è commestibile». L’efferatezza cinese ammantata d’un sorriso obliquo è l’essenza d’un Paese spietato e sfuggente che sotto l’apparenza della gentilezza ti serve il delitto quotidiano con un inchino. La Cina ha sempre affascinato e atterrito con la forza misteriosa della sua vitalità onnivora fatta di un’umanità brulicante, innocente e giuliva, negli abiti grigi tutti uguali di caserma, di milioni di biciclette nelle grandi piazze vuote, di scenari che dietro le quinte grondano sangue.

La città proibita celava il duplice mistero di un universo che faceva della morte una forma di governo e della tortura cinese un’arte raffinata da manuale. Questa duplicità ha attraversato i secoli, ha connotato regimi millenari morti soffocati nel sangue, tranne l’ultimo.
Anni fa arrivò la notizia di  un presidente d’una banca cinese condannato a morte per una questione di bustarelle. In Italia farebbero una strage. Ma questa  notizia non trovò spazio nei commenti del Quotidiano del popolo, organo del partito comunista cinese.

Quanto ai massacri presenti e futuri non interessano le statistiche che registrano solo primati e trionfi. Si può comprendere la soddisfazione del Governo di Pechino per il risultato ottenuto fuori da ogni regola di rispetto dei diritti civili e in virtù di metodi di lavoro che farebbero impallidire la vergogna della schiavitù.

Alla Cina non importa il mezzo ma il fine ed è precisamente questo il criterio con cui vengono compilate le statistiche. Quale ordine mondiale sarà mai degno di rispetto e di tutela se concepisce il successo senza chiedere spiegazioni e non degnare d’un solo sguardo la montagna costellata di morti. Quale criterio di equità potrà mai affermarsi senza un codice condiviso che condanni e metta al bando gli Stati che perpetrano l’omicidio di Stato.

La Cina prima potenza economica del mondo?  Chi glielo impedirà? Non i sindacati cinesi messi piuttosto a tutela dei ritmi inumani di lavoro; non il sistema sociale cinese che statuisce la condizione subalterna della donna in ogni settore della vita pubblica; non la parvenza della carta dei diritti che manda a morte il ladro minorenne e stabilisce la legittimità dei laogai, i campi di sfruttamento e di lavoro forzato da cui il regime trae preziosa linfa da esibire; non il sistema sanitario che fa commercio di organi umani espiantati ai condannati a morte e venduti a caro prezzo sui mercati stranieri, col prontuario dei prezzi come le coratelle e le trippe dal macellaio.

Chi potrà mai fermare la vertiginosa ascesa di questo immenso mercato di efferatezze e di schiavitù che fa dell’uomo carne da macello nell’indifferenza delle statistiche e delle coscienze? Non v’è più timore né vergogna di accogliere nei più esclusivi circoli del potere mondiale chiunque si presenti con la borsa gonfia senza alcuna condizione di ammissibilità e di decenza.

La Cina (ma non solo la Cina) andrebbe radiata dal consorzio civile per reiterata opera di indegnità e invece in base a miserabili calcoli di fatturato trova unanimi giudizi favorevoli anche nei paladini della libertà ed è accolta in un consesso civile in cui la tutela delle dignità umana dovrebbe contare più di un bilancio in attivo o di un massacro scientificamente e superbamente eseguito.La Cina, in base a un richiamo irresistibile del sangue, per tanti versi ricorda i crudeli imperi del passato tutti crollati, tutti diventati polvere ma sopravvissuti nello spirito. Non c’è esperienza della storia, con i suoi misfatti e con i suoi severi moniti e insegnamenti, che l’abbia fatta recedere dagli antichi metodi di oppressione.

L’Impero di mezzo, come lo conobbe Marco Polo, ha cambiato fisionomia attraverso i secoli e s’è chiamato con i nomi più diversi e tutti altisonanti, com’è costume altero e pieno di decoro dei mandarini che hanno sempre governato la Cina in nome del tiranno che regnava a Pechino. È cambiato ben poco dagli ultimi imperatori del secolo XIX agli ultimi tiranni rossi dell’impero del sangue.

In Cina i ritmi sono scanditi dai secoli e da regole immutabili. L’uomo, la sua individualità, non ha mai contato se non come folla indistinta in un impero che ne rigurgitava ma che all’occorrenza sapeva come ricondurre alla ragione con i metodi che non sono cambiati dal Celeste Impero a Mao-Tze Tung. È sulla sua potenza economica contraffatta che la Cina basa la sua pretesa di impunità.

È sulla sua ideologia di morte che la Cina basa la sua potenza militare. Fascismo, nazismo e comunismo intrecciati insieme formano la nuova dottrina totalitaria del Terzo Mondo, che va dalla Cina, all’Islam, all’Africa tribale, al centro e sud America dei caudillo indios. È la nuova barbarie nazista coalizzata. Gli europei vanno in Cina e scoprono un mercato immenso di opportunità. Il delitto passa in secondo piano quando preme la firma del contratto. Le persecuzioni dei preti e le aggressioni pubbliche ai cattolici continuano nella certezza che non saranno le denunce delle missioni estere a fermare il lucroso interscambio. Si dà sfogo al libero mercato del sangue.

La pena di morte elargita per i più futili motivi non solleva moti di indignazione come una condanna a morte negli Stati Uniti, dopo anni di revisione del processo. La barbarie cinese ha il pregio di essere confezionata in carta di lusso, come una sontuosa vetrina natalizia. Del resto la morte non si vede. Sono spettacoli che il Governo cinese risparmia all’ospite occidentale venuto solo per fare buoni affari. Gli europei non vedono. Soprattutto tacciono.
Con i mercanti di morte non valgono discorsi di umanità e di etica. Le dittature non si blandiscono. Si combattono.

(da Il Federalismo, direttore responsabile Stefania Piazzo)

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