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Veneto, tra indipendenza, stato-nazione e globalizzazione

di ROBERTO CIAMBETTI*

Non so a quanti dica qualcosa la sentenza n. 219 della Corte Costituzionale, che accoglie il ricorso delle Regioni e Province a statuto autonomo, per cui in queste regioni e province i Comuni potranno sfondare il patto di stabilità senza incorrere in sanzioni da parte della Corte dei Conti.

Vi chiedete che senso ha oggi discutere di un referendum per l’Indipendenza del Veneto? Io Vi chiedo che cosa risponderemo ai cittadini, alle imprese, alla società che attendono risposte concrete in anni di crisi: non possiamo agire, perché il Patto di stabilità, aggiungendo poi la frase fatta “quello che ci è stato imposto dall’Europa”, ce lo impedisce. E la Sicilia? E Il Trentino? E la Valle d’Aosta o il Friuli o la Sardegna? Due pesi e due misure.

Noi non possiamo fare il referendum per chiedere l’Indipendenza del Veneto perché “L’Italia è una” come dice la Costituzione? La stessa Costituzione che spiega come la legge sia uguale per tutti e come tutti siano tenuti a contribuire alle spese dello Stato. Siamo uniti sì, ma a pagare sono i soliti tre: Lombardia, Veneto, Emilia. La legge è uguale per tutti, ma i Comuni delle Regioni a statuto autonomo possono sforare il patto di stabilità con risultati straordinari: Comuni dissestati, dalle finanze allegre, potranno spendere e spandere ancora. Comuni austeri, rigorosi, rigidamente ligi alle norme dello stato non potranno dare risposte ai cittadini che chiedono aiuto anche se hanno i soldi in cassa. Gli stessi cittadini di questi comuni virtuosi non possono nemmeno pronunciarsi su un quesito referendario: siamo cittadini perché paghiamo, siamo tenuti a rispettare le leggi, ma guai a voler dire la nostra. Paga e tasi.

Noi come Regione avevamo un saldo di cassa superiore a quel miliardo e 400 milioni che abbiamo dovuto chiedere allo stato per pagare i debiti della sanità pagando un interesse superiore a quello con cui la Bce ha finanziato le banche italiane le quali, a differenza della Regione che paga imprese e quindi immette nell’economia reale soldi cash, hanno acquistato titoli di stato. Insomma, noi con la scusa del Patto di Stabilità dobbiamo pagare interessi quando avremmo potuto farne tranquillamente a meno. Ma questa è l’Italia Unita e guai a chiedere di dare la parola ai cittadini.

Perché discutere di un referendum che, secondo alcuni, non si potrà mai fare? Mai dire mai. In Scozia gli scozzesi hanno negoziato con Londra il referendum indipendentista del 2014 e non possiamo dire che il governo britannico sia un esempio di debolezza. Londra ha capito bene che bisogna trovare una strada per uscire dalla crisi dello stato-nazione: in Italia pensiamo di uscire da questa crisi abolendo le province, attaccando al casta dei politici, magari con l’obiettivo di far saltare la democrazia rappresentativa dopo aver fatto saltare il welfare che di quella democrazia è pilastro.

La crisi dello stato-nazione è un riflesso evidente della globalizzazione. Gli stati centralizzati, che traevano ragione d’esistere dall’esistenza di profonde barriere, tolti questi limiti, perdono molte delle ragioni di esistere.. Sono crollati i ruoli della difesa militare, affidati a organismi sovranazionali come la Nata, per non parlare delle politiche monetarie affidate nel nostro caso alla Troica Bce-Fmi. Commissione Europea. Una moneta, una spada, una toga: una toga, forse: c’è la toga per le Regioni a statuto speciale e la Toga per gli altri. Con il governo Monti abbiamo assistito allo smantellamento dello stato sociale e così viene meno anche la funzione tipica dello stato di perequazione tra redditi.

Insomma, la globalizzazione chiede un nuovo stato. Non si entri nell’errore di chi pensa che la globalizzazione chiede meno stato: essa chiede uno stato giusto, equilibrato, capace di intervenire nella realtà: quello che chiediamo con il nostro referendum. E la dimensione di questo stato non può essere quella nazionale italiana: non possiamo immaginare uno stato che usa la stessa medicina per curare la bulimia e l’anoressia; ci sono Regioni che hanno una spesa bulimica e altre che hanno una spesa anoressica, ma le regole sono uguali per tutti, o tali dovrebbero essere. Risultato? Chi è bulimico continua ad esserlo, l’anoressico rischia la morte.

Non vogliamo parlare di referendum per l’Indipendenza? Preferiamo che sia la storia a travolgere le Istituzioni democratiche? Fino a quando si potrà pensare di vivere in una nazione che ha due pesi e due misure, in cui chi spreca e spande è premiato rispetto a chi fa il proprio dovere? Prima o poi chi paga si rivolterà contro chi spende e spande. E nessuno può dire oggi che quella rivolta sarà incruenta. Noi sappiamo che possiamo offrire una strada democratica alla legittima indignazione: perché rifiutare questa strada? forse qualcuno pensa di poter individuare soluzioni forti per stroncare la ribellione popolare? O pensa veramente di poter continuare a fare come sempre nonostante la crisi economica che ha cambiato volto al mondo?

*Assessore regionale del Veneto

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