di MARCELLO RICCI – Il 2 e il 3 giugno del 1946, si tenne un referendum istituzionale con il quale gli italiani vennero chiamati per decidere tra monarchia e repubblica. Si usciva da una guerra tremenda, con tante facce, tragiche e grottesche. Una guerra iniziata con determinate alleanze e terminata a fianco dei nemici iniziali. Tremenda perché fratricida, combattuta tra italiani, partigiani di diversi connotati, macchiata anche da alcuni soggetti inseritisi in un tragico momento per regolare conti personali. Tutto e di più. Dalla lotta partigiana fulgida per obbiettivi, alle faide mafiose. Tutto questo per comprendere come l’occasione referendaria venne in parte sciupata.
Sarebbe bastato porre il quesito referendario sulla scelta tra monarchia e repubblica federale. Da sola la parola ‘federale’ avrebbe permesso di costruire un futuro diverso e certamente migliore per popoli che anche Mussolini aveva vanamente cercato di unificare. La Repubblica federale avrebbe unito ciò che era ed è diverso. Fu scritta poi la ‘Carta’, quella stessa che il referendum di ottobre dovrebbe modificare, da insigni giuristi che lungamente la discussero. Che dopo 60 anni ci sia la necessità di aggiornala non c’è dubbio. Aggiornarla appunto, non storpiarla. Che senso ha creare un goffo senato destinato ad essere fine a se stesso e oggetto di confusione?