Catalogna, l’indipendenza passa anche per il turismo

di REDAZIONE

Barcellona, capitale della Catalogna, prima meta turistica della Spagna. Che la regione vanti una forte vocazione turistica – leggasi l’equazione tanti turisti tanto guadagno – non è una scoperta di oggi. Rispetto al resto del Paese costiero offre tanto. Infrastrutture, innanzitutto. Si raggiunge facilmente da tutto il mondo, basta uno dei voli low cost su volo24.it, per andare in terra catalana a pochi spiccioli da ogni angolo d’Europa, grazie alle numerose compagnie cosiddetta a basso costo che operano a El Prat, l’aeroporto barcellonese. L‘aeroporto di Girona, 100 km da Barcellona, così vicino al mare da sentirne il profumo, è uno degli aeroporti dal più veloce tasso di crescita per passeggeri serviti d’Europa, forse il più promettente.

Trovare un hotel, un albergo, una pensione, una casetta indipendente dalla capitale o lungo l’intera Costa Brava è un gioco da ragazzi. Non è raro che intere comitive sbarchino sulle coste catalane senza prenotazioni: qualcosa prima di notte si trova sicuramente. Lloret de Mar vede turisti da maggio a settembre senza pausa.

Questa è anche un’importante argomentazione – economica, innanzitutto, e culturale – dei propugnatori dell’indipendenza catalana: un tale fiore all’occhiello, questa in sintesi la dissertazione, e una tale miniera non può pagare dazione, in senso metaforico e non solo, al Governo Centrale.

È proprio così che stanno le cose?

Passeggiamo fra le ramblas barcellonesi o lungo le spiagge della costa. Cerchiamo di lanciare uno sguardo a questi turisti, proviamo a cogliere particolari e dettagli che possano suggeriscrci qualche impressione – certo in via del tutto fugace, nulla su cui giurare mani sul fuoco. Tanti, tantissimi i turisti teutonici, sembrano la maggioranza, gli italiani non mancano mai, comunità inglese anche molto nutrita, la novità degli ultimi anni forse sono gli esteuropei, russi, cechi, polacchi, i nuovi amanti della movida spagnola. Pardon, catalana.

Ma quanto ne sanno loro, di questa differenza? A ben vedere, molti elegantoni indossano magliette spagnole o dai colori della bandiera spagnola – intendo, castigliana – qualcuno quella del Barcellona, certo, ma quante t-shirt e quanti cappelli con la scritta francamente molto turistica, per essere morbidi, “Viva la España”, qualcuno con il toro stilizzato – sempre per non essere troppo duri – stupisce quasi che non girino finanche indumenti che rechino un bel “España olé!” (ma mai parlare troppo presto). Persone culturalmente più preparate, forti di qualche precedente studio solitario o presso istituti, riesce ad articolare buoni discorsi; i più tentano penosi tentavi di espressione farciti di errori d’ogni sorta declinati negli accenti più improbabili. Parliamo, ovviamente, del castigliano. Naturalmente.

Certo, il campione esaminato è senz’altro vasto e se da un lato la statistica ci insegna che più vasto è il campione, più prossimi siamo all’oggettivo, è vero anche che culturalmente le grandi masse tendono naturalmente all’appiattimento verso comuni sentori e obbiettivi. Ma forse, proprio per questo, sono i più veritieri in quanto a quel che comunemente viene definito “sentimento comune”.

Fra le ragioni che condizionano le scelte del turista al momento della decisione di viaggio è innegabile che rientri – in modo più o meno ponderante – la fascinazione che la cultura locale possa esercitare sull’immaginario del viaggiatore. Mare, sole, spiaggia e buon cibo certamente sono motivi validissimi, ma come negare sul piatto della bilancia tutto quel milieu culturale che possa esercitare una sacrosanta attrattiva – la lingua, gli usi, i costumi, le tradizioni.

Fuori discussione che questi elementi manchino alla Catalogna, una regione storica che sin dai primordi della propria letteratura, arte e istituzioni ha manifestato un carattere, un’anima, un sentimento tipici e che nemmeno una cinquecentenaria annessione ha mai soffocato.

Forse, però, tutto ciò potrebbe essere un segnale, un avvertimento, un ammonimento. Le mire indipendentistiche passano certo per richieste, più o meno legittime, di sovranità economiche, dettate anche e soprattutto da differenze culturali importanti da chi ci si intende proclamare maggiore libertà. Che forse andrebbero coltivate non solo in casa propria, ma lasciare che a queste maggiormente si possa accedere, per offrire una visione di sé più ricca e affascinante.

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1 Comment

  1. Bravo per la foto più in alto: quella è Tossa de Mar: ci vado quasi ininterrottamente dal …1959, e lì la lingua che parli con la gente è il Catalano, anche quando c’era ancora Franco. Se potete andate a Barcellona l’11 di Settembre, per la festa della “DIADA”. Quest’anno sarà straordinaria! Ciao

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