E’ LA COMUNITA’ CHE PAGA TUTTI I COSTI DELLE CASTE

di ANGELO PELLICIOLI

La politica vive di burocrazia. La burocrazia si nutre di politica. L’una e l’altra si sostengono a vicenda in un abbraccio morboso ed interessato, con lo scopo di consolidare e spartirsi  i cosiddetti “poteri forti”. Cioè quelli politici, e quindi economici. Tutto ciò è notoriamente risaputo, scontato, ma oggi anche, e finalmente,  giudicato a dovere dai cittadini. Il binomio  suddetto, non contento dell’andazzo, ha ritenuto opportuno  rafforzarsi ulteriormente, specie negli ultimi decenni, utilizzando come importante tassello collante e corroborante quello delle “caste professionali”. Le quali, nate per svolgere unicamente il compito istituzionale e giuridico di tutela della pubblica fede, hanno poi finito per snaturare questo loro precipuo scopo, adagiandosi nelle braccia dei politici, ottenendo nel contempo la piena benedizione dei burocrati di Stato.

Le caste speravano così di inserirsi, a pieno titolo, nel sottobosco della “burontocrazia politica”,  al fine di sfruttarne, al meglio (per loro, ed al peggio per noi comuni mortali), tutte le opportunità economiche, affaristiche e di potere che potessero derivare da tale interessato abbraccio. Nel corso degli ultimi decenni, grazie anche ad un proliferare indiscriminato di leggi,  regolamenti, modulistica di ogni tipo, ecc., le caste professionali sono riuscite nel loro intento, contribuendo a trasformare il  tandem politica-burocrazia in una triade perfetta. Ed hanno messo in atto il loro diabolico progetto procedendo a piccoli passi, in modo subdolo, quand’anche formalmente impeccabile, con un crescendo di piccole spallate.

Si è stretto un tacito accordo fra caste e politica: da un lato le caste professionali, fingeranno formalmente  di  attaccare politici e burocrati, perorando la causa non solo dei loro iscritti, ma soprattutto quella più ampia di tutti i  cittadini ormai vessati da una giustizia impallata, da una politica fiscale iniqua e tartassati da un fisco sempre più vorace. Per converso, nella realtà dei fatti, dette caste lasceranno che tutto si svolga e prosegua così come è sempre avvenuto fin’ora. In ossequio al noto principio democristiano, ma non solo, di “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Come contropartita esse otterranno, dal potere politico l’autorizzazione per manovrare liberamente nei loro rispettivi orticelli. Magari  con la condiscendenza di  “leggine ad hoc” che permetteranno loro di sfruttare appieno le loro manovre lobbistico-affaristiche. Non importa poi se tali manovre, poste in essere a vantaggio di pochi, faranno poi  ricadere i loro costi su tutti i cittadini.

Questo fino ad oggi. Cioè fino a quando le caste hanno potuto mangiare o esercitare poteri che loro non competevano, non solo sulle spalle dei rispettivi iscritti, ma soprattutto, sulla pelle (intesa come portafoglio)  di tutti i cittadini contribuenti. E’ infatti notorio che un aumento delle incombenze e dei costi dei professionisti viene poi da questi , pari pari, rifilato in parcella ai malcapitati cittadini clienti. I quali devono ricorrere ai loro servigi, spesso obbligatoriamente, vantando i professionisti delle caste diritti di esclusiva, a’ sensi di legge. Ci voleva la crisi di fine 2011 per porre un freno alle ingordigie delle lobbies professionali e per far capire al Governo che occorreva mettere un freno agli ordini costituiti, divenuti oggi veri e propri centri d’affari e spesso vero ostacolo all’occupazione ed alla ripresa economica. Ci voleva una norma che ci svincolasse tutti da tali congreghe. Questo doveva essere il vero contenuto del decreto Monti sulle liberalizzazioni. Ma le caste, che certamente non hanno digerito tale norma, hanno incominciato ad annacquarla debitamente, con opportuni emendamenti proposti da politici compiacenti perché interessati,  già prima della sua trasformazione in legge, riuscendo a far slittare i principali contenuti, demandandone la realizzazione a successivi appositi decreti.

Due gli esempi eclatanti, su tutti: la casta degli avvocati e quella dei commercialisti.

La prima ha sempre finto di assecondare la causa dell’abbattimento della burocrazia nei tribunali di ogni ordine e grado, dello smaltimento, in tempi brevi e ragionevoli, delle pratiche pregresse giacenti negli impolverati stanzoni giuridici da anni se non da decenni. Formalmente ha sempre auspicato il raggiungimento di una vera e  propria riforma del sistema giudiziario, talmente malandato da indurre gli investitori esteri a fuggire da un paese che impiega dai sette ai quattordici anni per sentenziare, in primo grado, il recupero di un credito dovuto, quand’anche debitamente documentato.  In effetti però, nonostante la massiccia presenta di avvocati in Parlamento ed i finti scioperi inscenati dai medesimi, nulla gli stessi hanno fatto, in modo tangibile e concreto, per realizzare detta importante ed urgente riforma. In buona sostanza viene da pensare che la casta forense non la voleva e non la vuole.  Infatti quando l’attuale Governo, con il decreto sulle liberalizzazioni, ha tentato (per la verità con scarsi risultati) di porre un argine ai privilegi delle casta giuridica, legiferando sull’abolizione delle tariffe professionali e promuovendo l’indirizzo del contenzioso verso organismi dirimenti diversi dai tribunali (leggasi uffici di mediazione civile e quant’altro), ecco che gli avvocati si sono battuti fino all’inverosimile per mantenere i loro privilegi, riuscendo pure ad annacquare, a dovere, tali provvedimenti . Il motivo? Semplice: risultando gli avvocati presenti sul territorio nazionale in  numero enormemente sovra dimensionato, rispetto ad altri paesi della Unione Europea, le possibilità di lavoro e di guadagno venivano loro già sufficientemente a mancare, anche prima della riforma in fieri, figuriamoci dopo le prospettate liberalizzazioni.

Il risultato di tale ostracismo è notorio. I  privilegi di casta dettano il  permanere di una situazione fallimentare della giustizia. E chi ci fa le penne non sono certo gli avvocati, ma i comuni cittadini che ricorrono ai tribunali per vedere soddisfatti i loro sacrosanti diritti e che, sovente, riescono pure a morire prima di vederli soddisfatti.

E che dire della casta dei commercialisti, i quali da ormai quarant’anni fingono di attaccare un fisco iniquo, vessatorio, prepotente, impreparato. Un fisco che esige e basta; che non permette compensazioni fra imposte dovute e crediti verso lo Stato; che propina migliaia di modelli e modellini, dall’oggi al domani, senza nemmeno darci il tempo di capirne le richieste; che  ci impone informatizzazioni in tempi impossibili, quando poi lo stesso non riesce neppure a far funzionare i  programmi informatici più semplici di cui si è dotato.  Ecco, anche loro, come i colleghi forensi, protestano. Sì, ma solo di facciata. D’altro canto anche loro tengono famiglia, e che famiglia. Infatti questi, al pari degli avvocati, come contropartita al loro assordante silenzio-assenso nei confronti di una classe politico-legislativa inetta ed incapace,  traggono  enormi vantaggi da una simile babele fiscale. La quale dà loro modo, per esempio, di organizzare migliaia di corsi di formazione professionale permanente ai propri iscritti. Fonte, questa, di enormi guadagni, per pochi. Infatti i  temi dei suddetti corsi di formazione vengono scelti solo dalla casta e vengono affidati solo a docenti di suo gradimento, lautamente compensati.

Poco importa se la qualità dei suddetti corsi è spesso di gran lunga inferiore a corsi di formazione analoghi tenuti da altri organismi, che, guarda caso, non vengono però accreditati, dai rispettivi ordini provinciali, ai fini dell’assolvimento formativo imposto. Qualche esempio: gli esami  universitari e le rispettive lauree non vengono nemmeno presi in considerazione, o, al massimo con valenza di  un esame per ciascun anno solare (sic!).; i corsi per la qualifica di mediatore civile organizzati dalle Camere di Commercio delle varie province (salvo rarissime eccezioni) non sono considerati validi, anche se dotati di esamino scritto ed orale finale che attestano  il grado di apprendimento del partecipante.  Per converso,  l’obbligo formativo imposto dal consiglio nazionale, e pedissequamente adottato dagli ordini provinciali,  si esaurisce in una semplice presenza del commercialista ai corsi, (anche a distanza, in via telematica), senza riscontro alcuno circa il suo grado di attenzione, di apprendimento e, quindi, di formazione effettiva. Basta che l’iscritto apponga la propria firma sul carnet di sala predisposto dalla commissione adita; poi può tranquillamente prendere posto, leggere il giornale, sentire musica in cuffia, pensare alla fidanzata e quant’altro. Il punteggio relativo all’assolvimento dell’obbligo formativo professionale è comunque incamerato.

Ma c’è di più, per l’ordine dei commercialisti di Bergamo, per esempio, la partecipazione dell’iscritto all’assemblea annuale di approvazione bilancio del consiglio provinciale, la partecipazione alla benedizione della nuova sede, (e perché non anche quella alla cerimonia funebre commemorativa dei colleghi defunti ?), attribuiscono punteggi formativi!

Lasciamo che sia il lettore a trarre le conclusioni su come possa essere certificato, con tali sistemi, il grado di preparazione professionale degli iscritti. La pubblica fede, oggetto precipuo della preparazione professionale obbligatoria, richiede ben altro.  L’obbligo formativo professionale è cosa seria, basilare ed indispensabile. Ma il grado di preparazione dell’iscritto deve essere verificato, con metri e metodi ben precisi. In ogni caso, comunque, l’organizzazione dei corsi non deve essere riserva di alcuna casta, la quale si arroga il diritto di dettarne regole, tempi e costi, e di imporre docenti a suo piacimento. Altro che liberalizzazione delle professioni!

E non ci si venga a dire che sono le direttive dell’Unione Europea che impongono, giustamente,  la formazione permanente dei professionisti iscritti agli albi. Tutto vero: ma i metodi usati per la stessa e soprattutto i riscontri di preparazione debbono essere seri ed effettivi.  Il che non collima certo con quanto messo in atto, fino ad oggi, dall’ordine dei commercialisti. Per contro, l’unica certezza che i suddetti corsi formativi forniscono sono le ingenti entrate, per la casta, ed i maggiori costi per i cittadini. Ai quali i commercialisti, nello stendere le loro parcelle, avranno sicuramente modo di riaddebitare,  il tempo e le spese sostenute per una formazione, tutt’altro che effettiva. E nemmeno comprovata.

Una domanda. Perché, l’ordine nazionale dei commercialisti (che annovera nel suo bilancio spese enormi e spropositate, oggi peraltro oggetto di verifica da parte della Corte dei Conti)  non effettua tali corsi, con adeguato riscontro finale, e del tutto gratuitamente, utilizzando parte di tali risorse pagate dagli iscritti?

Ancora una volta, il  connubio politica – burocrazia  – caste –  produce situazioni aberranti e per nulla soddisfacenti,  i cui costi, alla fine, vengono  supportati  dall’intera comunità, mentre  i proventi sono a vantaggio di pochi eletti o nominati. Sarà proprio così impossibile eliminare questo intreccio fra politica, burocrazia, caste ed affari e magari sostituire questi carrozzoni professionali di Stato con appropriati organismi locali molto più fluidi e soprattutto più controllabili in fatto di spesa e di effettivi servizi resi?

Tranquilli. Senza scomodare l’antipolitica, oggetto di estrema attualità, oggi ci troviamo davanti ad una vera svolta epocale. La permanente situazione di incertezza e di grave crisi politica nella quale ci siamo appena inoltrati, ma che è destinata a perduare, ci porterà, da sola e quanto prima,  al  cambiamento agognato.

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2 Comments

  1. LO STIVALE DISTRUTTO DAI DEMONI.
    Il Paese ormai invaso dai demoni arroccati sopra e sotto le poltrone del bengodi, in atteggiamento insaziabile con il continuo rosicare l’osso già scarnito che rappresenta il pilastro economico portante della intera Nazione, accingendosi a leccare persino il sudore dei pochi lavoratori rimasti.
    Fabbriche in corsa alla chiusura, disoccupazione, Capitali che fuggono, sofferenze, suicidi.
    Riunioni a tutto campo sull’Euro SI o l’Euro NO, una pagliacciata senza senso, poiché il problema in assoluto è costituito dai nostri Politici vecchi e nuovi senza Etica, in gara a distruggere il Paese.
    Non c’è più scampo, mentre le teste di legno, non di Frassino o Ciliegio, ma con il legno di Equitalia, Governate da anime cancerogene in veste di Corsari dei mari con gli occhi bendati in cerca di bottino brancolando nel buio, rotolano da un angolo all’altro dello Stivale, alla ricerca di maggiori introiti per lo scacchiere internazionale, di cui essi stessi sono debitori.
    Il Paese senza Giustizia, abbandonato a se stesso da diversi anni, putrido e lacero da scandali Politici soffocati o volutamente Prescritti, furti, imbrogli e speculazioni, crolli di opere d’arte per abbandono e terremoti punitivi da parte della Natura con la maledizione dei Santi, di cui i più deboli pagano lo scotto.
    Il Paese si avvia alla ricerca di un gigantesco punto di scarico dell’enorme mondezzaio nel quale i nostri pseudo Politici incoscienti ci hanno condotto.
    Bisognerebbe che il Santo Padre, protettore degli afflitti, provvedesse con urgenza all’Estrema Unzione dell’intero Paese, portandosi dietro barili di Acqua Santa e Incenso per sterminare gli spiriti maligni, iniziando dal cucuzzolo maestoso del Quirinale, Palazzo Chigi, il Parlamento, il Senato, i vari Ministeri, Partiti Politici, passando per le Regioni, Province, Comuni, e risalire la scala sino a Milano, il capo centro della mafia Istituzionalizzata.
    Il Paese è marcio anzi lercio, e i Cittadini sono indignati dalla trascuratezza imposta dal potere, mentre la barca di King Schettino continua ad affondare.
    Lamentarsi o scrivere a lor signori indemoniati non serve più a nulla, non hanno neppure la carta per rispondere alle citazioni di onesti cittadini.
    Una volta arrivato a Milano, il Santo Padre troverà tantissime anime speranzose di un miracolo che cancellasse tutti questi demoni i quali non temono l’Acqua Santa, soltanto un colpo di cannone può cambiare il quadro lercio del Paese, e svegliarsi il giorno seguente con una nuova alba gioiosamente colorata dalla natura attraverso l’arcobaleno, e una moltitudine di farfalle che svolazzano festose annunciando l’inizio di una nuova vita per l’intero Paese.
    Anthony Ceresa.

  2. C’è anche la casta dei consulenti del lavoro dal cui ordine mi sono recentemente dimessa perchè stordita da tutte le loro paranoie. Vorrà dire che anche questi ordini subiranno la stessa sorte dei partiti. Amen!

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