LEGA BOLLENTE. MARONI: NON SONO BRUTO, NON ACCOLTELLERO’ BOSSI

di GIANLUCA MARCHI

BREAKING NEWS (21:25 – 18-1-2012): A VARESE, SONO ENTRATI DA DUE MINUTI IN TEATRO L’EX MINISTRO ROBERTO MARONI, INSIEME A UMBERTO BOSSI E ROBERTO CALDEROLI. 

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Lega sull’orlo di una crisi di nervi dopo l’ennesima giornata di travaglio, in attesa del “Maroni day” previsto a Varese per stasera al teatro Apollonio. La scena che fa sognare i maroniani – e che sarebbe stata promessa da Bossi in persona a Maroni – è la seguente: Roberto e Umberto, questa sera, sullo stesso palco. Il Capo, acclamato dai presenti, che lancia un segnale chiaro, anzi il segnale: è ora di cambiare, a cominciare dalla guida del gruppo della Camera. Sarebbe la parola fine pronunciata sulle sorti di Marco Reguzzoni, costretto a lasciare la guida dei deputati leghisti. Applausi, e il sipario che cala sul cerchio magico. La scena peggiore, invece, sarebbe questa: sempre stasera a Varese, Maroni reclama la stagione congressuale e chiede a Umberto di cambiare consiglieri, ma Bossi non è sul palco. Le contestazioni toccano il Capo, imperversano gli  slogan anti cerchio magico, tutta  benzina gettata sul fuoco di domenica, quando a Milano si terrà la manifestazione del Carroccio. Nel mezzo una raccolta di firme per indire una riunione del gruppo della Camera, sfida aperta per sfiduciare Reguzzoni, con probabile epilogo politicamente cruento: i cerchisti invocherebbero punizioni esemplari, cioè epurazioni.

«Sono un barbaro sognante. È una metafora, questa, presa in prestito dallo scrittore irredentista triestino Scipio Slataper. Morì nella battaglia del Podgora, durante la Prima guerra mondiale. Ma prima riuscì a scrivere un breve e spirituale romanzo, Il mio Carso». Così Roberto Maroni in un colloquio con il settimanale Panorama in edicola da domani. «Non mi interessa avere posizioni di potere, ne ho avute anche troppe» aggiunge Maroni «voglio invece dedicarmi alla Lega, in difficoltà per diverse ragioni: voglio  afforzare l’identità del partito in cui sono nato e in cui, sia chiaro, voglio morire. Ma la Lega deve cominciare a ragionare con la testa».
Il caso Cosentino è una «questione per me chiusa», aggiunge Maroni, «ho votato secondo coscienza. Non si è trattato di un voto contro il Pdl o Silvio Berlusconi, che stimo, ma di una decisione presa dalla segreteria federale che poi è stata modificata da Umberto Bossi. Io ho preferito mantenere la mia coerenza verso i principi di legalità». Anche se, ricorda qualcuno, quando nel settembre scorso si trattò di votare la mozione di sfiducia personale all’allora  ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, coinvolto in inchiesta di mafia, fu Maroni ad annunciare in aula il no della Lega, sostenendo che bisognava finirla con i “pettegolezzi”. Probabilmente allora la ragion di governo portava la coscienza in un’altra direzione.
Quanto a quella che lui stesso definisce la «fatwa» lanciata dal Senatur nei suoi confronti, «la reazione spontanea della base del partito mi ha dato il coraggio di andare avanti e di non mollare. Ma io non sono Bruto, non accoltellerò mai Bossi» assicura Maroni, «a lui sono legato da una profonda amicizia. Ma ormai molti vedono in me un simbolo per riportare la Lega al suo progetto originario. Credo sia davvero arrivata l’ora di aprire una stagione di congressi per rinnovare la classe dirigente. Ci vogliono tutti quarantenni, capaci di far superare le difficoltà».

Ieri è intervenuto anche l’eurodeputato Francesco Speroni, ultimamente abbastanza appartato: «Bossi è rimasto sorpreso dalla ribellione della base a una sua decisione. Non se l’aspettava, è la prima volta che succede nella storia della Lega e si può parlare di rivoluzione. Evidentemente non ha più l’autorità di prima, il carisma si è un pò perso. È una cosa grave quella che è avvenuta – ha aggiunto – perchè io rimpiango un partito in cui quello che decide il capo viene eseguito. Questo non c’è più e non si capisce nemmeno dove vuole arrivare Maroni. Vuole prendere la leadership? Lui dice di no. Il partito? Ma prima dovrebbe scalzare Bossi e lui dice di non volerlo fare». Sulla famosa ‘fatwà di cui ha parlato l’ex ministro degli Interni, Speroni ha detto: «L’espressione è abbastanza azzeccata. Però la decisione di vietare i comizi a Maroni l’ha presa Bossi senza ascoltare nessuno. In piena solitudine, al contrario di quello che si dice. E molti segretari di sezione non l’hanno seguito». Infine su Renzo Bossi, Speroni rivela: «Potrebbe finire qui a Strasburgo, d’altra parte Umberto voleva candidarlo all’europarlamento già tre anni fa, ma non aveva i requisiti di età».

Le tensioni interne e il cambio dello scenario politico rispetto all’alleanza con il Pdl, per il sindaco di Verona Flavio Tosi, portano a un’unica soluzione: quella di celebrare i congressi con la base del Carroccio che «dice la linea e la politica da portare avanti». Tosi, intervenendo stamattina a La telefonata di Belpietro , su Canale 5, ha parlato, tra l’altro, del confronto nella Lega – «è normale che ci sia quando c’è democrazia» – dell’appuntamento stasera a Varese, indicando la speranza che vi partecipi lo stesso Umberto Bossi – «sarebbe un bellissimo segnale per l’interno e l’esterno di unità e coesione» – e dei possibili risultati che potrebbero uscire dai congressi riguardo al vertice del Carroccio. Potrebbe uscire – è stato chiesto – una indicazione di Roberto Maroni come successore di Bossi? «Per come è strutturata la Lega è un partito vero, con una radicata presenza sul territorio – ha detto Tosi – e con questo tipo di organizzazione quello che decidono i militanti è legge». Il sindaco di Verona ha quindi ricordato che fino ad oggi è sempre stato indicato Bossi come segretario e che lo stesso ha più volte detto che è «il congresso la sede che stabilisce la linea politica e organizzativa del partito».

Ma c’è subito chi dissente. «Tenere il congresso ora sarebbe sbagliato e negativo perchè non c’è la sufficiente serenità». Lo ha detto Manuela Dal Lago, presidente della commissione Attività produttive della Camera, in margine alla conferenza stampa di presentazione della proposta di legge costituzionale della Lega per l’abolizione dei senatori a vita nominati dal presidente della Repubblica. «È vero che è la base che deve decidere la linea del partito e chi debba guidarlo, ma è altrettanto vero – ha aggiunto Dal Lago – che la base non vuole assolutamente la rottura, la separazione tra Bossi e Maroni. Il congresso si potrà fare quando il clima si sarà rasserenato, a prescindere di chi sia poi a vincere».

E poi giù di mannaia. «Tosi dice che bisogna votare il nuovo capogruppo alla Camera? Tutti ci chiediamo come mai da cinque anni sua sorella Barbara sia capogruppo della Lega nel Comune di Verona. Forse era il caso di rinnovare anche lei… In molti si domandano se questa scelta non sia stata influenzata dal fratello Flavio, sindaco di Verona. Se questo non è familismo…». Cosi la deputata veneta della Lega Paola Goisis risponde al sindaco di Verona.

Replica di Tosi:  «Io non ho mai posto la questione del capogruppo alla Camera dei Deputati: un giornalista autorevole, Maurizio Belpietro, mi ha fatto una domanda su un problema sollevato da alcuni appartenenti al gruppo parlamentare della Lega Nord alla Camera. Come tutti sanno il capogruppo alla Camera viene votato dal gruppo parlamentare così come è accaduto nel Consiglio comunale di Verona, dove Barbara Tosi è stata eletta capogruppo in quanto largamente prima degli eletti, quindi per meriti politici personali. E proprio per evitare accuse di familismo, nonostante l’ingente numero di preferenze da lei ottenute, non ha avuto alcun tipo di incarico nè di nomina cui, dato il risultato, avrebbe potuto legittimamente aspirare. In ogni caso se, in qualsiasi momento, qualche consigliere della Lega Nord avesse chiesto – o chiedesse nello scorcio di legislatura che rimane – un cambiamento nella guida del gruppo consiliare, a Verona non vi sarebbe stata alcuna esitazione nel verificare democraticamente con il voto l’esistenza o meno della fiducia dei consiglieri nei confronti del loro capogruppo».

E Reguzzoni che dice?«Per quanto mi riguarda, ricordo che ho rimesso più di un mese fa il mio mandato da capogruppo nelle mani di Bossi. È lui che deve decidere e qualsiasi cosa deciderà per me andrà bene. Non mi interessano gli incarichi ma il progetto di cambiamento del Paese». E poi aggiunge che «È ora di uscire dalle ambiguità che fanno solo danni alla Lega, tutte queste polemiche ci indeboliscono. Se in Padania si litiga, a Roma si ride…».

Dunque, altro che tregua. La verità, spiega un deputato maroniano, è che la nuova sortita (non la prima) contro Reguzzoni, deriva dalla consapevolezza che nell’incontro di ieri a via Bellerio Bossi avrebbe promesso a Maroni la sostituzione del fidato capogruppo. L’annuncio, dicono, potrebbe arrivare già nei prossimi giorni. Sarà. La verità è, ribattono dall’altra parte, che i maroniani attaccano gli esponenti del cerchio magico accusandoli di influenzare Bossi, proprio per mettere in discussione la figura del capo. Tanto più che la richiesta dei congressi, incluso quello federale, non si può spiegare che con la volontà di sostituirlo: «Chiedono la democrazia. Ma lo sanno tutti – osserva un deputato – che la democrazia nella Lega ha sempre voluto dire che chi viene nominato lo decide Bossi».

Quanto al Senatur, che avrebbe accennato alla possibilità di dimettersi, sarebbe pronto a convocare l’assise federale già nel corso di quest’anno. Ma non perchè vuole lasciare, assicura un fedelissimo. Bensì per mettere ordine nella Lega. A modo suo (o dei cerchisti).

Stasera dunque Maroni parlerà a Varese: arriveranno, si racconta, anche dal Veneto e dall’Emilia ad ascoltarlo. E si dice anche un gruppo di parlamentari fedeli. Poi sarà il momento della manifestazione di domenica a Milano: in quella piazza dovrebbe avvenire il “redde rationem” tra le due anime del Carroccio. E c’è chi spera che in quella occasione Bossi possa annunciare il passaggio di mano. Insomma, il braccio di ferro è in atto e non è affatto prevedibile come possa concludersi.

Intanto anche il territorio discute della vicenda. «Bossi è intoccabile, ma quelli che gli stanno intorno hanno rotto…»: è la sintesi con cui un alto dirigente della Lega Nord di Bergamo riassume la lunga discussione avvenuta l’altra sera al direttivo provinciale bergamasco. La riunione era aperta anche ad esponenti del partito: in tutto hanno partecipato un centinaio tra assessori provinciali e regionali, consiglieri, dirigenti e sindaci. Notata l’assenza della deputata Carolina Lussana, notoriamente vicina alle posizioni del cerchio magico-malefico. All’ordine del giorno c’era la proposta arrivata da 45 dei 53 sindaci leghisti bergamaschi di invitare Maroni proprio all’indomani del divieto impostogli da Bossi di parlare in pubblico e poi revocato. «La posizione dei partecipanti al direttivo alla fine è stata unanime – spiega il dirigente -. Per tutti noi Bossi è intoccabile. Però quei quattro o cinque che gli stanno intorno hanno veramente rotto, e devono essere cambiati. E al loro posto deve essere messo qualcuno scelto dalla base. Lo so, voi giornalisti volete
sentire la parola congresso. Certo, c’è stato anche chi ha chiesto un congresso. Ma quello che ci preme è che il partito ascolti di più la base, cioè noi, che siamo ogni giorno a contatto che gli elettori, che molte cose che sta facendo il partito non le capiscono. Adesso vogliamo vedere cosa verrà deciso al consiglio federale del 23, poi ci regoleremo».

 

BELSITO “SPIEGA” GLI INVESTIMENTI ALL’ESTERO. E INTANTO I MILITANTI SCUCIONO PER PAGARE GLI AFFITTI DELLE SEDI

«Meglio investire fuori dall’ambito euro: per il Carroccio le corone danesi sono più sicure dei titoli spazzatura». E quanto alla Tanzania, «lì la Lega non ci ha investito neanche una lira. Scusate, un euro»: è quanto afferma Francesco Belsito, tesoriere della Lega in una intervista al quotidiano La Padania. Belsito spiega quindi il criterio che ha guidato la Lega negli investimenti: «L’ambito migliore è stato ritenuto quello dei Paesi extraeuropei» perchè garantivano «maggior sicurezza per rendimento e restituzione del capitale. Guai se avessimo impiegato questi soldi – che sono il risparmio del Movimento da reinvestire nelle nostre attività – in operazioni speculative o spericolate». «I consulenti – ha proseguito il tesoriere – ci hanno consigliato di uscire dall’ambito euro, fuori quindi dalla crisi italiana. Il fondo nel quale si è puntato comprende titoli danesi, norvegesi e australiani,oltre che Paesi emergenti che hanno risorse di materie prime, fuori dal rischio di svalutazione e crisi del mercato». E la Tanzania? «È stata una strumentalizzazione da parte dei giornali che, invece di riconoscere la correttezza di una scelta, hanno preferito diffondere una notizia negativa e falsa. Il bonifico bancario è passato dalla filiale di un istituto bancario di natura europea di cui è cliente il soggetto che ci ha proposto il fondo. Niente di più, niente di meno. Fondi investiti in Tanzania non ce ne sono, si è trattato di un passaggio tecnico. Non ci sono fondi occulti, nè operazioni spericolate. Il Movimento ha gestito al meglio il rimborso elettorale, il bilancio è positivo e questo è ciò a cui si deve guardare. Siamo stati oculati, attenti. E il territorio, le sezioni? Nei prossimi investimenti ci saranno anche le acquisizioni delle nuove sedi. Nella nostra gestione ordinaria abbiamo comunque sempre trasferito alle segreterie nazionali un flusso di contributi per la loro attività. Spetta a ciascuna segreteria, da buon amministratore, farne buon uso». «Tutti oggi sono coscienti che il momento che sta attraversando l’Europa colpisce il nostro Paese. Investire e salvaguardare il patrimonio è l’obiettivo che ci siamo posti, e che abbiamo raggiunto. Insomma, non ci sono investimenti in Africa, non ci sono operazioni al buio. Paghiamo le tasse sulle plusvalenze come tutti, non ci sono investimenti di capitali in paradisi fiscali». Vai a spiegarlo ai militanti che pagano di tasca propria gli affitti per non far chiudere le sezioni che investi i soldi all’estero!!!

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