Caro Mivar, prima del Nord c’erano altri interessi…

di ROBERTO BERNARDELLI*

Il signor Mivar dice: non fatemi chiudere, vi regalo l’affitto della fabbrica, vi cedo tutto purchè assumiate 1.200 dipendenti, ma tutti italiani, s’intende. Non insomma stranieri. Lavoratori, di Abbiategrasso e dintorni, gente di casa nostra. Di sicuro l’appello non solo scuote le coscienze ma impone alla politica di rispondere. Reazioni?
I sindacati non hanno fatto una piega, non hanno replicato. Sì, la Camusso ha parlato ai partiti, per ricordare che gli accordi si fanno con le parti sociali.
Ma sul caso Mivar non una parola. Chi se ne frega dei lavoratori di Abbiategrasso, le tv si comprano nei centri commerciali e arrivano tutte dalla Cina. I politici lombardi sono stati zitti. Nessuno che abbia detto pubblicamente: caro amico, proviamoci. Ma al di là dei proclami, “padroni a casa nostra”, “prima i nostri”, prima di qua e di là, sono proprio i politici ad aver spento la tv. L’accendono quando in televisione ci vanno di persona o quando il sistema li sponsorizza e li fa circolare nei programmi per avere visibilità e recuperare voti. Una finta forza d’opposizione serve sempre per il gioco delle parti. O no?
E comunque, la questione Mivar è la questione del Nord. La questione settentrionale parte anche da questa voglia di recuperare e salvaguardare il territorio e la sua forza lavoro. Invece al Nord, nel giorno dell’appello Mivar, si è letto solo di “prima la questione della legge elettorale”. Questo la rappresentanza politica del Nord ha espresso: sapere se ce la farà o no ad arrivare ancora a Roma. Sai quanto gliene frega agli operai di Abbiategrasso.
L’altro giorno ero in ufficio pubblico, quando sono arrivato erano in assemblea sindacale. Ho atteso e ho trovato una cortese impiegata che mi ha fornito i documenti che cercavo. Ma, nell’attesa che li andasse a ritirare, mentre appoggiavo su un tavolo la mia valigetta ventiquattrore, è entrata una sua collega. Caro signor Mivar, sapesse quanto sono stato investito di insulti. Oltre al chi è lei e come si permette di stare qui, oltre al chi l’ha fatta entrare, con la sicumera sindacale dell’assemblea appena terminata, mi ha urlato: quello è il mio tavolo, come si permette di appoggiare le sue cose…
Mi creda, l’ho mandata a quel paese. Non prima di aver offerto le scuse di suddito inferiore alla classe dirigente burocratica che incancrenisce come i partiti il sistema Paese, infestando il Nord di analfabeti della civiltà.
Detto questo, non c’è da attendersi nulla né dai partiti né dai sindacati. Se avessero saputo difendere i posti di lavoro, quelli produttivi, s’intende, non quelli degli acari che dopo l’assemblea di lavoro ti insultano perché appoggi su un tavolo pagato con i nostri soldi, le tue carte, non avrebbero sbattuto la porta in faccia ai dazi, e avrebbero imposto sanzioni commerciali ai paesi che sfruttano il lavoro. Invece, sempre guanti di velluto con tutti. E pedate nel culo ai nostri lavoratori, tesserati e votanti, ma non si sa ancora per quanto. Io, sul partito degli astenuti, ci scommetto. Sono loro il parlamento reale, quello dei mercati, delle piazze, delle famiglie riunite a tavola la sera in cucina, con la tv cinese accesa. Che ne pensa il governo del giovane Renzi? O dei nostri governatori padani?
*Presidente Indipendenza Lombarda

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