Caro Maroni, è giunta l’ora di fare qualcosa di leghista

di GIANLUCA MARCHI

La Lega 2.0 al momento resta una creatura informe, senza cioè una forma precisa rispetto alle aspettative alimentate. Il nuovo corso ha fatto nell’ordine: un po’ di pulizia interna – non molta, per la verità -; si è dato una ripittata comunicazionale di qualche effetto; ha adottato uno slogan – prima il Nord – che può aver convinto si e no, ma ha avuto il senso di far dimenticare un po’ la “Padania”, un progetto politico e un  sostantivo troppo legati, e diciamolo pure ritenuti sputtanati, al vecchio corso bossiano con tutti i tradimenti, le giravolte, le delusioni del caso; ha cercato di mettere in ultima fila le corna e le barbe verdi del popolo di Pontida a vantaggio di un nuovo rapporto con le classi imprenditoriali ed economiche del Nord (Stati generali del Lingotto), che in passato avevano sempre snobbato il Carroccio, per non dire che lo avevano deriso; ha messo in un angolo il Vecchio Capo (Umberto Bossi), trattandolo un po’ come il nonno brontolone che è arrivato a infastidire schiere di coloro che ancora lo inneggiavano fino a pochi mesi fa, cioè prima che cominciasse la deriva a seguito della vicenda Tanzania.

Per non essere ingenerosi a priori, va detto che qualche passo verso il cambiamento è stato compiuto, soprattutto se raffrontato all’assoluta immobilità, se non addirittura alla disgregazione, a cui vanno incontro altri partiti cosiddetti nazionali. E tuttavia resta come un senso di perplessità fra i comportamenti di queste settimane e i roboanti annunci congressuali, quando Roberto Maroni fu incoronato segretario sulla base di due ipotesi di lavoro che avevano convinto anche molti incerti: il ritorno alle Lega delle origini, pur con tutti gli adeguamenti necessari per via del tempo che intanto è trascorso, cioè di movimento concentrato sul “proprio territorio” di riferimento, le cui condizioni sono nel frattempo assai peggiorate rispetto agli inizi degli anni Novanta; secondo aspetto, conseguente del primo, il possibile abbandono del Parlamento romano attraverso il quale – è stato detto e ripetuto – non si è riusciti a cambiare un fico secco.

Sono passati oltre sette mesi da quei giorni, e l’idea di abbandonare Roma sembra essersi molto annacquata, anche se formalmente ogni decisione in merito viene demandata all’assemblea federale prevista tra gennaio e febbraio. Il ritorno sul territorio con l’obiettivo – lasciamo stare ora se pretenzioso o addirittura visionario – di fare della Lega il “partito egemone” nelle regioni del Nord, sembrava presupporre il ritorno alle corse elettorali solitarie o meglio all’alleanza con liste civiche, autonomiste e indipendentiste che coagulassero intorno al Carroccio un nuovo “blocco politico” sulla scorta del cosiddetto “modello Verona” , che contribuisse a spaccare i vecchi partiti. Poi è arrivata – sicuramente con troppo anticipo rispetto alla road map maroniana – la crisi della Regione Lombardia e a cosa si assiste? A una tignosa insistenza nel riproporre l’alleanza col Pdl giustificata dal fatto che “da soli e separati si perde”. A parte che bisognerebbe capire se esistono reali speranze di vincere la corsa a Palazzo Lombardia avvinghiandosi con quel che resta di un partito sputtanato e sfasciato (anche se si intuisce che Roberto Maroni stia cercando di giocare di sponda con Angelino Alfano per dargli una mano a favorire il ricambio interno), ma come si può dire che si sogna una “Lombardia libera da corrotti e camorristi” e poi si propone di andare a braccetto con chi, volenti e nolenti, quell’invasione l’ha resa possibile? Diciamolo, questo è un costume politico più dal sapore democristiano che leghista e finisce per rafforzare il dubbio di coloro, e non sono pochi, convinti che il Cavalier Berlusconi abbia in mano la fatidica “golden share” con cui controlla la Lega.

E arriviamo infine alle battaglie e alle proteste contro il governo dei tecnici e dei banchieri. La rivolta contro l’Imu, lanciata in estate, è obiettivamente naufragata contro l’indisponibilità degli stessi sindaci leghisti di intraprendere la strada della disobbedienza civile. Poi è stata annunciata una grande battaglia contro il deleterio “patto di stabilità” chiamando a raccolta migliaia di sindaci, anche non leghisti: al momento, però, non se ne conoscono ancora i dettagli. Buono che la Lega, attraverso un proprio emendamento approvato nei giorni scorsi in Parlamento, abbia dato la possibilità ai Comuni di disdettare il rapporto con Equitalia, ma se i dirigenti leghisti pensano che ciò basti a scaldare le folle, allora c’è da temere che abbiano perso il reale contatto col territorio che pretendono di rappresentare. Del resto, Non è cambiando aguzzino che si risolvono i problemi dei contribuenti lombardo-veneti.

In definitiva viene da sintetizzare questa fase di “contorcimenti” con un invito/auspicio: caro Maroni è ora che tu faccia qualcosa di leghista! Chissà se qualcosa del genere la troveremo nel nuovo libro in uscita a giorni: ”Il mio nord, il sogno dei nuovi barbari”. “L’ho scritto per rendere omaggio alla irripetibile storia della nostra grande Lega e per indicare la strada che intendo seguire per vincere la nostra storica battaglia per il federalismo e la liberta’. Leggetelo, mi raccomando… ”. E’ l’annuncio su Facebook dello stesso Maroni.

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