Caro Maroni, dai una risposta alle nostre tante domande

di GIANLUCA MARCHI

In un recente articolo Gilberto Oneto, pur ribadendo il suo apprezzamente sulla persona di Roberto Maroni, gli ha contestato quattro errori sostanziali in questa prima fase della sua segerteria. Ripercorriamo l’analisi onetiana:

Primo. Ha sbagliato l’approccio identitario, culturale e simbolico. Ha cominciato con la pavida strampalatezza del Nord in sostituzione di Padania: un  punto cardinale invece di un posto.  Un riferimento a Roma e all’Italia invece che un nome in grado di autosostentarsi e farsi riconoscere. Ha proseguito sul cattivo uso dei mezzi di informazione: la Radio è abbandonata a sé stessa in un turbinio di incertezze, extraterrestri e intemperanze sintattiche; il quotidiano – pur vistosamente ripulito – fatica a uscire dalla sua dimensione di bollettino di partito; il portale d’informazione sembra una bacheca della Pro Loco. La produzione e circolazione culturale  è inesistente: non si ricostruisce una credibilità perduta in anni di tavanate folkloriche e concorsi di bellezza con un libro del nuovo capo o con il lavoro di un solitario cireneo come Stefano Bruno Galli.

Secondo. Ha sbagliato le alleanze. Invece di intessere una rete di rapporti “alla catalana” con movimenti, circoli e umori indipendentisti, è tornato all’abbraccio mortale con il Pdl, aggravato da una serie di piccoli incubi tricolori (Fratelli d’Italia, Noi Sud e via trangugiando). Sono risorti tutti i sospetti nati attorno a vecchi patti notarili e a proprietà esogene del simbolo e della sostanza del partito.

Terzo. Ha sbagliato le candidature e il piano di derattizzazione interna. Ha fatto fuori alcuni bossiani di stretta osservanza ma ha graziato vecchi arnesi in Parlamento da vent’anni, ha riempito le liste di giovanotti che non hanno mai lavorato un giorno. C’è qualche inquisito e chiacchierato, ci sono impresentabili come Tremonti e Calderoli, fino alla vergogna della signora Sara Papinutti, certa vestale dell’indipendentismo. Ci sono anche persone meritevoli, come il combattivo sindaco di Morazzone, messo però in fila dietro a una lunga coda di pifferi belleriani. Vedremo se andrà meglio in Regione, o se le liste saranno piene di scontrini e rimborsi spese.

Quarto. Ha sbagliato l’impostazione politica. Vuole costruire l’Euroregione con altri due presidenti e permette che uno se la svigni a Roma in cerca di una sistemazione meno precaria: un esodato 2.0.

Insomma, sarebbe interessante che l’attuale numero uno del Carroccio volesse rispondere a queste contestazioni. E magari spiegasse anche nel dettaglio se la sua proposta-slogan della campagna elettorale, il 75% delle tasse tenute sul territorio è una cosa seria o la solita boutade per sostituire i tanti orizzonti (federalismo, secessione, devolution, federalismo fiscale… quello demaniale manco lo vorremmo citare perché ci viene da ridere) che la Lega ha disegnato e sistematicamente archiviato. Ci sono almeno tre domande/dubbio di fondo intorno a tale proposta: 1) dire che i tre quarti delle tasse deve restare sul territorio significa continuare a fare pagare le stesse imposte ai cittadini e alle imprese del Nord ormai sfiancati, sostituendo così la borsa di Roma con quelle regionali? 2) Il 25% che si vorrebbe lasciare allo Stato è per continuare nell’andazzo attuale o quasi? 3) Indicare il 75% non rischia di essere una presa per i fondelli se, come vanno dicendo rispettivamente Pd e Pdl (alleato della Lega), la Lombardia già otterrebbe indietro il 72% e addirittura il 78%?

Insomma, in qualità di direttore di questo giornale online, che annovera molti lettori leghisti e tanti altri visceralmente anti-leghisti, divenuti tali per essere stati in buona parte amanti traditi, vorrei invitare Roberto Maroni a dire la sua su questi argomenti e magari su qualche altro che potrei sottoporgli in un faccia a faccia.

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