Caro cittadino, scrivi e pensa ma fallo in soffitta

di STEFANIA PIAZZO
Toh, arriva la busta col bollino da attaccare alla tessera dell’Ordine… Invece no. Apro la busta, leggo meglio l’intestazione. Sta scritto: Ordine dei giornalisti di Lombardia – Consiglio di disciplina territoriale. E cosa ho mai fatto da meritare il tribunale della professione? Guarda guarda…. La spataffiata dell’intestazione è eterna. Ma inizia inviando la lettera al dottor M. D. G., Presidenza del Consiglio dei ministri, Dipartimento Pari Opportunità, U.N.A.R. (ovvero Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, ndr). Poi, per conoscenza, la decisione del consiglio di disciplina viene inviata alla sottoscritta, alla Procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Milano, all’Ordine dei giornalisti di Lombardia e al Consiglio nazionale dell’Ordine. Che roba importante.
La curiosità cresce. Cosa mi contesta la Presidenza del Consiglio dei ministri attraverso il suo ufficio Antidiscriminazioni tanto da scomodare la Procura e l’Ordine? Un titolo e una foto, per una prima pagina che risale al mio passato di direttore di una testata del Nord. Titolo: Lampedusa invasa. Foto: un barcone di stranieri. Ma è cronaca, mi dico, anzi, è dovere e diritto di cronaca. Certo, ma vallo a spiegare che fare giornalismo immortalando gli eventi non è finire nella  lista nera dell’odio razziale.
Scrivere e riportare i fatti è “reato”? Si legge nella denuncia di Palazzo Chigi, “suddetto titolo, oltre a costituire violazione delle prescrizioni deontologiche contenute nella carta dei Doveri del Giornalista, non appare in linea con le raccomandazioni contenute nella “Carta di Roma” indicato in oggetto, relativo al dovere di rendere un’informazione corretta ed equilibrata in tema di richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”.
Secondo il Dipartimento delle Pari opportunità e dei propri uffici, mi sarei macchiata del vile comportamento di razzismo, avrei discriminato gli esseri umani che arrivano sui barconi, avrei violato per di più le regole che un giornalista deve avere come matrice del proprio operare: aver negato la verità sostanziale dei fatti, deformando la notizia, piegandola a finalità di inciviltà e di intolleranza verso i propri simili. Ergo, l’Ordine punisca, faccia fare pubblica ammenda, sospenda… prenda una decisione sullo scandalo.
Il Consiglio di disciplina, invece, non la pensa così e fa una lezione di giornalismo all’Ufficio che ha impiegato il suo tempo e il nostro denaro per perorare la giusta causa dell’uguaglianza informativa, sbagliando la mira: “Il titolo – scrive l’Ordine – non contiene alcuna connotazione negativa. E’ vero che il termine “invasione” viene usato anche per indicare l’occupazione violenta di un territorio ma è anche vero che, nell’uso comune ormai invalso, con tale termine si identificano anche invasioni pacifiche… Si osserva inoltre che la fotografia pubblicata con l’articolo non aggiunge nulla di negativo a quanto scritto”.
Insomma, alla fine della fiera, il Consiglio di disciplina “ha deciso di non aprire un procedimento disciplinare e di provvedere all’archiviazione della segnalazione fatta dall’Unar”. Grazie! Il titolo era dell’agosto 2012. Il procedimento si chiude nel dicembre 2013. Per quasi un anno e mezzo un giornalista non sa di avere a proprio carico un procedimento d’inchiesta. Mettiamoci i tempi di attesa, i protocolli, i passaggi da una stanza all’altra: non è mica male. E l’autotutela? Forse il procedimento è stato visto e chiuso nell’istante in cui è stata comunicata l’archiviazione….
Non c’è altro da aggiungere, si rischia di essere accusati di lesa maestà. Ma viene da ricordare quel Pompeo Trogo che, ai tempi di Augusto, ardiva di scrivere contro l’impero. Augusto, a differenza di altri re, non lo dà in pasto ai leoni, sceglie un’altra strada, quella di fare in modo che nulla dei suoi resoconti vengano pubblicati. Silenzia cioè la voce del dissenso, di chi non la vede allo stesso modo. Che è un po’ quella tentazione contemporanea di lasciar dire, lasciar fare, purché chi non la pensa come chi comanda scriva e pensi in soffitta, nel chiuso di una stanza. Il processo di fare aprire gli occhi è temuto da sempre.
Print Friendly, PDF & Email
Articolo precedente

Consumi calati di 80 miliardi: ci vorranno 33 anni per tornare ai livelli pre-crisi

Articolo successivo

Veneto: il Consiglio chiede al governo lo statuto speciale per la Regione