CARLO PORTA ERA MILANESISSIMO E AFFEZIONATO ALLA SUA CITTA’

di GIACOMO PROPERZJ*

Dragoni, ussari, granatieri della Guardia Consolare (poi Imperiale), soldati di tutti i generi, anche nelle variopinte uniformi della Repubblica Cisalpina, popolavano a quei tempi Milano, assembrandosi nei caffè e nei teatri, arricciandosi i baffi al passaggio delle donne, spendendo con generosità la diaria, ascoltando commossi le orchestrine dopo aver bevuto il cattivo vino lombardo, puzzando per non essersi lavati da mesi e continuando, imperterriti, a non farlo.

I teatri, numerosi, maleodoranti e sprovvisti di servizi, animavano le serate, sia nei settori più popolari che in quelli più elevati. La gente li frequentava non solo per lo spettacolo ma anche per il ridotto e il gioco d’azzardo che vi si praticava. Persino alla Scala si giocava non poco e gli Ufficiali dell’Esercito francese vi passavano intere nottate ostentando le belle divise e corteggiando le signore in una confusione di classi sociali che, sino allora, non si era mai vista. Accanto a signore dell’autentica aristocrazia milanese, i cui mariti incominciavano a fare affari con gi occupanti francesi, vi erano anche arrampicatrici mondane della cui origine nessuno poteva dirsi sicuro, ma, di cui la nuova moda metteva in evidenza la bellezza, argomento sul quale nessun albero genealogico riusciva ad avere ragione. La libertà del pensiero aveva, per fortuna, prodotto anche la libertà dei comportamenti e lo sviluppo sulla fronte dei mariti milanesi di protuberanze delle quali, però, quasi tutti si guardavano bene dal protestare perché i francesi, anche se si comportavano male a tavola, erano assai abili con la spada e la pistola.

Uno dei principali animatori della vita teatrale milanese era un impiegato della Intendenza delle Finanze, piccolo e magro, con un volto affilato, quasi tagliente, illuminato, talvolta, da un mezzo sorriso ironico e un lampo di furbizia negli occhi generalmente malinconici: Carlo Porta di buona famiglia borghese, abbastanza abbiente per i tempi, ma lui stesso modesto e professionalmente irrisolto, si prodigava nella produzione di alcuni teatri milanesi e, segnatamente, del Teatro Patriottico, non tra i migliori né tra quelli meglio frequentati. Porta scriveva per lui e per un ristretto giro di amici poesie in milanese che restano uno dei più alti contributi alla letteratura italiana dell’epoca e il massimo della produzione letteraria in lingua milanese. Tutto ciò non era neanche lontanamente sospettato dai suoi contemporanei che, al massimo, apprezzavano il Monti e il Foscolo che si pavoneggiavano nei salotti della capitale Cisalpina e ritiravano ricchi stipendi dalle casse del napoleonico Regno d’Italia.

Il Foscolo conosceva Carlo Porta e, al ritorno degli Austriaci nel ‘14, prima di fuggire a Londra passò la serata nella modesta ma ospitale casa del poeta milanese. Non risulta però che ne apprezzasse le opere e, probabilmente, non immaginava neppure di poter essere paragonato a un poeta dialettale. In effetti per molti anni, più di un secolo, la critica letteraria paludata e accademica, pur stimando il Porta, non si sognava di collocarlo nell’empireo dei grandi poeti italiani dell’800. Invece il modesto e volpino poeta ambrosiano ha una grandezza, una forza espressiva e una profondità di analisi che nessun poeta di quell’epoca in Italia si sogna di avere.

La vita di Carlo Porta, a differenza di quella di Foscolo e di Monti, era modesta e fondata sui semplici piaceri della piccola borghesia. La domenica pomeriggio nelle belle giornate d’estate saliva sul Duomo insieme ad un gruppo di amici e lì si sedevano a guardare il paesaggio in attesa di un prete che portava loro, non gratuitamente, pane, formaggio e acqua pura.

Dalle guglie del Duomo si vedeva, in lontananza, nelle giornate limpide, tutto l’arco delle montagne ancora, in tarda primavera, coperte di neve. Ma, guardando più vicino e sporgendosi tra le guglie, si poteva osservare con esattezza il reticolo delle strade sottostanti la cattedrale. Allora le guglie del Duomo erano di gran lunga la cosa più alta che ci fosse in città ed intorno non vi erano che case basse, non più alte di due o tre piani, mentre nella parte dietro l’abside c’era ancora il cimitero che sarebbe poi stato abolito definitivamente dagli editti napoleonici.

Carlo Porta mangiava il suo pane e formaggio ma non trascurava, guardando verso il basso nella sua città, di osservare acutamente non solo il paesaggio urbano, ma anche quello umano . [La descrizione, attraverso le sue poesie, della vita del tempo ci dà un’immagine sincera e poetica di Milano e dei suoi abitanti, trattati, per altro, con disincanto e grande capacità di mettere a nudo, accanto alle loro scarse virtù, i molti e sgradevoli difetti].

La vulgata di Carlo Porta lo vede milanesissimo e affezionato alla sua città. Non è così. Durante la sua breve vita (è morto che non aveva ancora quarantasei anni) vide svilupparsi nella città il corso di una storia tumultuosa che modificò molto le forme della vita sociale milanese ma non la sostanza, nel senso che il patriziato mantenne comunque inalterato il suo potere economico. Porta fu al tempo della sua gioventù, negli anni ‘90, vicino alle posizioni radicali e giacobine, come testimonia la sua presenza nel Teatro Patriottico, anche se i francesi in un primo tempo, lo avevano privato del suo impiego statale. Egli riprese il suo impiego ancora sotto i francesi godendo della stima del ministro Prina e lo mantenne anche dopo il 1814. Fu sempre molto prudente sotto il profilo politico (così come sotto il profilo sentimentale) anche se scrisse “poesie di occasione” sia per Napoleone che per l’imperatore d’Austria ma sotto i suoi occhi passò l’infinita serie di tradimenti e traslochi politici con cui si caratterizza il periodo a cavallo del secolo. Milano fu in quel tempo una città politicamente importante perché capitale della Repubblica Cisalpina prima e del Regno d’Italia poi, ma, in realtà, la storia si generava altrove. I milanesi non cercarono mai di essere protagonisti e non abbracciavano realmente nessuno dei grandi partiti che divisero il mondo in quegli anni, solo gli austriaci pensarono che la propensione agli affari e al guadagno fosse anche una scelta ideologica in favore della Francia. Cosicché, quando tornarono nel ‘14, furono assai severi, o minacciarono di esserlo, e i patrizi milanesi si affannarono a mandare una delegazione a Vienna per paura di sequestri e confische.

Gli austriaci, dopo la Restaurazione, organizzarono una polizia occhiuta, composta in prevalenza da trentini che parlavano bene l’italiano ed erano ligi al potere imperiale. Anche il prudente Porta, come l’imprudente Stendhal, ne fece le spese perché fu attribuita a lui una composizione satirica e milanese (la Prineide) in difesa dell’antico ministro delle finanze del Regno d’Italia. Si difese con scarsa energia non si sa se perché non volesse tradire chi l’aveva scritta, o perché, in qualche modo, c’entrava anche lui. L’autore fu poi individuato in Tommaso Grossi che si fece qualche giorno di prigione.

Ma non è nelle eventuali composizioni satiriche né nei brindisi elogiastici che si può ritrovare il vero animo del Porta e il suo vero giudizio sui milanesi. E’ nelle composizioni sue più significative come nel “Desgrazzi de Giovannin Bongee” dove si scava nell’anima e nel carattere dei personaggi: “Chi siete? Giovannin. La parentella?/ Bongee. Che mester fate? El lavorant/ de frust. Presso de chi? De Isepp Gabella! In dovè? In di Tegnon. Vee a spassi? Voo al cobbi/ In cà de Voi? Sursì. Dovè? Al Carrobbit! In che porta? Del piatteet/ Al numer?/ Vottcent vott. Pian? Terz, e insci? El satisfaa ‘mo adess, ghe n’hal assee?/ Fussel mò la franchezza mia de mi,! o ch’el gh’avess più nient de dantandomm,/eli va,e el ,pienta lì come on salamm/”.

Questo interrogatorio è un capolavoro di analisi psicologica, perché, a prima vista, parrebbe, quello di Giovannin Bongee, un atteggiamento fiero. In realtà la prontezza delle risposte denuncia la paura e prefigura la disponibilità a mettersi agli ordini. Giovannin, che è stato fermato da un pattuglione francese, racconta l’episodio in milanese, forse l’interrogante è un collaborazionista che parla in dialetto ma più probabilmente Giovannin vuol far credere a un suo atteggiamento di intrepidezza che non esiste, come lo sviluppo del racconto dimostra. Quando arriva a casa, accortosi che un dragone francese è a letto con sua moglie, fa molto rumore in modo da non sorprenderli e, quando incontra il dragone che scende rivestendosi dalle scale ,“per non fare uno sproposito”, batte in ritirata vile e patetico come molti e come tanti che gli occhi acuti del sottile poeta milanese hanno visto nel corso della loro vita.

Porta muore sostanzialmente nell’ indifferenza generale tranne che di pochi amici, tra cui Grossi, che scrive per l’occasione dei bellissimi versi quasi anticipatori, nello stile, del decadentismo fine secolo: “L’è ona brutta giornata scura scura/El pioeuv a la ròversa, el tira vent,/ E gh’hoo adoss ona tal inversadura/ Che non ghe troeuvi el cunt dr fà nient:/ Me senti un cert ,magon, e g’‘hoo comè/ Voeuja de piang, nè soo nanch mi el perché./… Se sent ona campanna de lontan…/ l’è a Sant Babila…sonna on agonia/Pensi….el compissgiust i duu ,mes doman! Che hoo vist a Sant Gregori a mèttel via:! L ‘è comè incoeu, de st ‘ora chi o pocch pù,/ Che sta campanna l ‘ha sonaa per lù./”

Dopo di lui, quindi all’inizio del secolo XIX, la letteratura milanese si è ridotta, anche perché la polizia austriaca non la favoriva e, d’altra parte, avanzava l’era manzoniana con la “sciacquatura dei panni in Arno” e, poi, la “letteratura della nuova Italia”. Però, come vedremo, la letteratura milanese ha avuto modo di dare vita a opere molto importanti sul finire del secolo e ancora nella prima parte del XX.

Carlo Porta continuerà a essere letto dai milanesi quasi fino ad oggi. Quarant’ anni fa il professor Isella poteva andare nelle periferie a leggere le poesie del Porta trovando ascoltatori attenti che seguivano la lettura sul loro libro portato da casa. Oggi, salvo specialisti, non c’è quasi più nessuno che riesca a capire la lingua del Porta e quindi è poco letto anche se, dal punto di vista della cultura ufficiale, la sua posizione è consolidata nella nostra storia letteraria. La lingua milanese si è quasi completamente perduta con una rapidità crescente soprattutto negli ultimi anni.

*Vivere e morire a Milano

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2 Comments

  1. […] CARLO PORTA ERA MILANESISSIMO E AFFEZIONATO A MILANO Invece il modesto e volpino poeta ambrosiano ha una grandezza, una forza espressiva e una profondità di analisi che nessun poeta di quell'epoca in Italia si sogna di avere. La vita di Carlo Porta, a differenza di quella di Foscolo e di Monti, … Read more on L’Indipendenza […]

  2. LaComunità Europea ha decretato il Milanese “Lingua”. C’è grammatica, ortografia,infinitaraffinata, colta letteratura.A Milano, a scuola nelle elementari tutti i testi scolastici (racconti, proverbi, poesie, ecc.) erano in Milanese. Ho un libro di scuola – 1924 – Quarta elementare – tutto scritto in Milanese. Nella prima pagina c’è scritto:….Si invitano i signori maestri a trasporre dal Milanese..che tutti gli allievi conoscono…al’italiano…ecc. ecc.
    Il dizionario Milanese-italiano del Cherubini è di SEI volumi.
    A Milano il Clero, i nobili, il popolo, l’aristocrazia, la borghesia..tutti parlavano il Milanese. E allora, cosa è successo? Decidete voi. “Se a un popolo togli la lingua..è morto per sempre”. Questo è lo scopo dell’italia… però ci hanno sempre imposto il napoletano, il romanesco, tutti i dialetti meridionali.Chì possiede i media..possiede la mente della gente…e pensare che la TV è nata a Milano e Torino..poi se ne appropriata roma..basta!

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