Caos Liga, il pugno di ferro di Tosi: lettera di richiamo anche a Zaia

di REDAZIONE

Santino Bozza fuori dal partito. Addio congresso. E tredici lettere di richiamo ad altrettanti ribelli, colpevoli di aver criticato pubblicamente su giornali e tivù il segretario nathional Flavio Tosi e la sua linea politica. Tra i destinatari c’è anche il governatore Luca Zaia. Il consiglio «nazionale» della Lega Nord, riunito martedì sera a Padova per il primo faccia a faccia dopo la sconfitta elettorale che ha visto precipitare i padani all’11% in Veneto, si è protratto fino a notte fonda, presenti, oltre a Tosi, il presidente Luca Baggio, i componenti del direttorio, i segretari provinciali ed i consiglieri federali. All’uscita, Tosi ha rilasciato una dichiarazione dai toni concilianti, che molti hanno interpretato come la volontà di superare le tensioni degli ultimi giorni e ricucire lo strappo tra le due Leghe nella Lega: «C’è stata una settimana di sfogo post elettorale – ha detto il segretario quando l’Ansa batteva ormai l’1.48 del mattino – uno sfogo che ci sta ma poi si supera. Quella di stasera è stata una lunga, interessante e approfondita discussione, in cui sono state affrontate le criticità emerse e le proposte per il futuro». Tutto tranquillo, insomma.

La «balena verde»? «Un soggetto che superi la Lega, replicando il modello della Csu bavarese aprendosi alla società civile, non è una mia idea, fa parte delle linee del movimento, tanto che è stato ribadito più volte dallo stesso Maroni ». Le tensioni con Zaia? «Da parte mia non c’è mai stato alcun problema con Luca, né prima, né adesso. Mai». I leghisti che uscivano alla spicciolata annuivano tutt’intorno: «E’ stato un confronto schietto ma senza eccessi. Nessuno si è messo le mani in faccia». Anche il vicesegretario federale Federico Caner ieri smorzava i toni: «Ci sono ampi margini per ricompattare il partito». Il guanto di velluto, ammantato di parole, nasconde però un pugno di ferro che colpisce duro con i fatti. E i fatti sono questi. Santino Bozza, il consigliere regionale che ha presentato un esposto alla procura di Venezia, innescando le perquisizioni della Guardia di Finanza a Palazzo Ferro Fini, verrà espulso dal partito. La requisitoria contro di lui l’ha pronunciata lo stesso Caner, che oltre che vice di Maroni è anche capogruppo in Regione, facendo leva non tanto sul voto al Pd sbandierato da Bozza, quanto sulla sua controffensiva giudiziaria, che ha innescato in consiglio tensioni tali che i consiglieri più vicini a Tosi (una decina su venti) da settimane si rifiutavano di prendere parte alle riunioni al Ferro Fini al fianco del sempre presente Santino.

Inutile il tentativo del segretario di Venezia Paolo Pizzolato di virare verso la sospensione: il voto contro il ribelle è stato pressoché unanime, si sono astenuti solo il segretario di Padova Roberto Marcato, l’ex deputato Corrado Callegari ed il consigliere nazionale Roberto Grande. Il verdetto definitivo spetta ora a via Bellerio, poi ci sarà tutta la trafila davanti ai probiviri, ma per il fabbro di Monselice la strada è ormai segnata e non sembrano esserci vie di fuga. Altro fatto: un secondo congresso, dopo quello che a giugno incoronò Tosi segretario con il 56% dei voti, non si farà, come d’altronde aveva già lasciato intendere Maroni venerdì scorso a Zaia e Bitonci che gliene avevano parlato in nome e per conto dei ribelli a Milano. Ci potranno essere, questo sì, i consigli nazionali, le assemblee, non meglio precisate «riunioni sulla linea da tenere» ma un congresso vero, con le tesi contrapposte, le diverse correnti che si avvicendano al microfono e la messa in discussione del segretario, dei suoi colonnelli e delle sue strategie (la «balena verde», ad esempio), questo no. Ed è evidente che sul piano politico questo è ciò che conta: di «pizzate» tra i militanti se ne possono fare quante se ne vogliono, tanto finisce tutto con l’ammazzacaffè. Infine, la decisione più clamorosa, soprattutto per i nomi che coinvolge.

Tosi ha annunciato al «politburo» di via Panà di voler francobollare e spedire nei prossimi giorni tredici lettere di richiamo ufficiale ad altrettanti colonnelli che dopo le elezioni si sono resi protagonisti di critiche nei suoi confronti. Gli attacchi sono arcinoti: liste con poco appeal, campagna elettorale sottotono, il lancio della «balena verde» a tre giorni dal voto. Tutti appunti ribaditi martedì sera in consiglio nazionale dal leader dei ribelli, Massimo Bitonci, autore di un lungo intervento con nomi, cognomi e circostanze. Ebbene, avuto il via libera di Maroni, Tosi ha deciso di non lasciar correre e si prepara a menare il randello su carta intestata. Chi troverà la fatidica busta nella cassetta delle lettere? Il segretario non ha voluto fare nomi, probabilmente per evitare che in via Panà esplodesse una nuova bagarre, ma i colonnelli che gli sono più vicini non hanno dubbi: nell’indirizzario ci sono tutti, «ma proprio tutti». Dunque anche il governatore Zaia, il capo dei frondisti Bitonci, l’ex segretario nathional Gianpaolo Gobbo, gli ex parlamentari come Callegari, Gianluca Forcolin, Gianpaolo Vallardi, Paola Goisis, il consigliere regionale Giovanni Furlanetto ed altri alti esponenti della «vecchia guardia » come Gianantonio Da Re e chissà, forse anche Manuela Dal Lago.

Va da sé che il nome che colpisce di più è quello di Zaia, che all’indomani della débâcle aveva sparato a palle incatenate contro l’eterno duellante: «Tosi ha fatto di una ferita una cancrena – aveva detto – ha fallito nella sfida più importante e più difficile, quella di ricompattare il partito». E ancora, sulle liste: «Ha voluto mettere le dita negli occhi ai feriti». Sulla «balena verde»: «Non possono pensare di farsi un nuovo partito in tre chiusi in una cabina telefonica. Con i democristiani, per di più». Sul congresso: «Penso sia necessario, anche se non elettivo ». E avanti di questo passo. Tosi aveva di fronte a sé due strade: far finta di nulla e depennarlo dalla lista, dando prova di voler rinsaldare la pax oggi appesa ad un filo e correndo il rischio di passare per quello «forte con i deboli e debole con i forti »; oppure colpire anche lui, il peso massimo, dimostrando di non temere niente e nessuno, costasse pure incattivire il più pericoloso degli avversari. Ha scelto la seconda. E mentre i postini inforcano la bicicletta, nell’aria tornano a suonare i tamburi di guerra dei ribelli: «Non finisce qui».

Fonte originale: Corriere del Veneto, articolo  di Marco Bonet

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