BRINDISI: NELLE BOMBOLE NON C’ERA GAS. L’ATTENTATORE? UNO SQUILIBRATO

Parla Danilo Coppe, massimo esperto di esplosivi in Italia, già entrato nelle indagini su via D’Amelio e Piazza della Loggia.

di JAMES CONDOR

«Mi pare improbabile che in quelle bombole ci fosse del gas. Bombole da 15 kg. piene di gas avrebbero incenerito tutto con una palla di fuoco nel raggio di 60-70 metri. È più verosimile che l’attentatore le abbia usate per comprimere un esplosivo fatto in casa. Dalle immagini sul muretto e sulle foglie mi paiono evidenti residui chimici tipici di esplosioni maggiori secondarie che non sono deflagrate, come se l’ordigno non fosse stato realizzato in maniera adeguata. Un po’ come era successo a Mohamed Game che, solitario, cercò di colpirela Caserma S.Barbaradi Milano, ottenendo solo, per fortuna, di accecarsi e rimanere privo di entrambe le braccia».

L’uomo che parla dell’attentato di Brindisi è uno che fa saltare palazzi, esplodere ponti, parti di intere montagne. Uno che vive tra bazooka, mine anti-uomo, bombe a mano e acidi infiammabili. Ma non è un terrorista: Danilo Coppe, 48 anni, è invece il massimo esplosivista italiano (nella foto). I palazzi e i ponti che fa saltare sono quelli da demolire con estrema accuratezza, sulle montagne elimina i massi pericolanti. E le armi di cui si circonda sono quelle, disinnescate, della sua personale Accademia-Museo di Parma, raccolte in oltre trent’anni di esperienza, e in oltre 500 interventi a rischio compiuti un po’ ovunque. Collaboratore permanente dei Ris, perito in numerosi processi al cui centro c’è un’esplosione, si è occupato anche di alcune delle più terribili stragi italiane, da via D’Amelio a Piazza della Loggia, come vedremo più avanti. Ora è a Finale Emilia, per il terremoto, dove è stato chiamato da alcuni abitanti per il problema dei palazzi pericolanti rimasti, in attesa di confrontarsi con gli esperti della Protezione Civile. Lo abbiamo contattato per avere un parere dopo che la vicenda di Brindisi, che ieri sembrava ad una svolta, è tornata nel buio.

Torniamo a Brindisi. Davvero secondo lei non c’era gas?

«Ci sono diversi episodi in Italia, alcuni con processi in corso di cui mi occupo, con esplosioni fatte attraverso bombole del gas. I risultati sono decisamente più vasti, anche se in questo caso purtroppo sono stati sufficienti ad uccidere una ragazza. Diversi sono anche gli atti vandalici o intimidatori, ma fatti con bombolette del gas da campeggio o le cosiddette fiaccole usate nella copertura dei tetti. Se uno avesse voluto fare un atto vandalico o intimidatorio a Brindisi, avrebbe usato quelle. È chiaro che invece si tratta di un inesperto della materia che voleva fare davvero male».

Sta dicendo che l’attentatore potrebbe essere un dilettante, dunque uno squilibrato, anche ora che si tornano a battere tutte le piste?

«Mi pare l’ipotesi più plausibile. I terroristi non otterrebbero alcuna finalità dal colpire in una scuola delle ragazze innocenti. Mentre la criminalità organizzata ha a disposizione ben altri esplosivi e non ha certo bisogno di esplosivo fatto in casa come questo».

È così facile farlo?

«Purtroppo sì. Internet ormai spiega ogni dettaglio su come realizzarlo e le pagine si trovano ovunque. Non ci vuole chissà quale esperienza. Come booster, e cioè carica primaria, potrebbe essere stata usata polvere di fuochi d’artificio o di cartucce da caccia. Poi capita che non scoppino le esplosioni secondarie, cioè quelle più micidiali, come capitò a Gage e come mi pare possa essere capitato qui, perché la fabbricazione dell’esplosivo richiede dosaggi chimici ben precisi che le sole nozioni tecniche di internet non possono colmare in un dilettante».

Pare però che fare un esplosivo con un timer o un radiocomando sia più complesso e ci vogliano delle nozioni ben precise.

«Ma no. Il timer può essere benissimo quello di uno scaldabagno, il radiocomando quello di un cancello elettronico. Ma certo se davvero, come si ipotizza sui giornali, l’attentatore ha usato sia il timer che il telecomando significa che aveva bisogno di ridondanza, magari per crearsi due-sicurezze per se stesso, e poi per essere certo di non sbagliare. Segno ancora una volta di uno poco esperto».

Lei ha sostenuto che Unabomber poteva essere scoperto all’inizio delle indagini, perché il dinamitardo si era probabilmente “allenato” a far esplodere i suoi ordigni nei filari di campagna prima di metterli in pratica. Può essere capitato anche qui?

«Non mi pare che ci sia della sperimentazione alle spalle, perché il tipo di ordigno usato non è particolare. Dà più l’idea di uno squilibrato che volesse fare qualcosa di grosso e che sia passato direttamente all’esplosione documentandosi in proprio. Uno che a mio parere, visto il “fiasco” della mancata successiva e più forte esplosione, difficilmente tornerà a colpire».

L’ultimo caso in cui è entrato è stato quello della strage di Piazza della Loggia, Brescia, 1974, chiamato dall’associazione delle vittime per una perizia al primo grado dell’ormai terzo processo finito con l’assoluzione degli imputati.

«Purtroppo i racconti dei testimoni difficilmente oggi possono trovare riscontro, perché in passato sono stati fatti esperimenti irripetibili. E reperti e vestiti, all’epoca bagnati dalla pioggia, sono stati conservati male, imbustati umidi: il che ha permesso il proliferare di muffe che hanno cancellato le tracce organiche dell’esplosivo. Però…»

Però?

«Qualcosa si può comunque dire. In passato, non so perché, si è sempre insistito sul fatto che l’esplosivo fosse gelignite, materiale civile per cave. In realtà, comparando i reperti con alcune confezioni di resti di esplosivo che avevo nel museo, si è ridotto a due soli tipi di materiale usato: o il pulverulento, a base di tritolo e di uso sempre civile. O tritolo puro, in uso solo ai militari. Per queste due ragioni ho trovato riscontro con quanto dichiarato da un teste, peraltro ormai defunto, che però è stato ritenuto inattendibile».

Si è occupato anche della strage di via D’Amelio, su cui oggi sono state riaperte le indagini. «Risposi al quesito su dove si trovasse l’esplosivo. Se sulla 126 o su una Marbella. Risposi la 126». Si trattava di Semtex, esplosivo militare.

«Sì e no».

Cioè?

«In Italia lo usavano i militari. Ma, prodotto all’epoca in Cecoslovacchia, sia lì che in Romania, Ungheria e Bulgaria veniva usato come esplosivo da cava. Non sarebbe stato impossibile per Cosa Nostra recuperarlo lì, nei Paesi dell’Est».

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4 Comments

  1. Si tratti quel che si vuole, monti deve solo preoccuparsi di una cosa: che quando prenderanno l’attentatore che si tratti veramente di un folle fine a se stesso o di un mafioso perchè, se diversamente dovesse risultare un tizio che ha dato di matto perchè lo stato lo ha spogliato di tutto, il prossimo a saltare in aria sarà lui e stavolta non si sbaglieranno gli ingredienti.
    Quel brigante sta mettendo troppa gente col sedere a terra e se ad una persona togli tutto, questa ci pensa da sola a perdere la testa e poi le staffe.
    Che uno adesso non possa nemmeno uscire di casa perchè a roma abbiamo una classe dirigente che si diverte a creare folli dinamitardi senza più niente da perdere, è assolutamente inaccettabile.

    • Dan, quindi tu stai dicendo che è GIUSTO che quel tizio abbia fatto saltare quel che ha fatto saltare e ucciso una ragazza per “vendicarsi” dello Stato?

      Spero tu non dica sul serio.

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