BRANDE de’ LUCIONI, UN EROE PADANO E ANTIGIACOBINO

di OTTONE GERBOLI

La storia ci ha tramandato le vicende incredibili di alcuni eroici cavalieri confederati che si erano spinti all’interno delle linee unioniste. Qualcuno di loro è ancora oggi ricordato con entusiasmo: uomini come John Mosby, Harry Gilmor, John D. Imboden,  John Morgan, sono diventati eroi popolari celebrati da fumetti, libri e da pellicole cinematografiche. C’è una storia simile, anche più grandiosa, perché non costituita da rapide puntate in territorio nemico ma da una guerra di liberazione portata da un personaggio coraggioso e un po’ guascone, il maggiore Branda de’ Lucioni,  cui nessuno ha mai dedicato descrizioni avventurose perché stava dalla parte sbagliata rispetto al politically correct (si fa per dire) della retorica tricolore.

Eppure la vicenda è particolarmente significativa perché è una sorta di paradigma delle aspirazioni alle libertà delle comunità che compongono la Padania. Il riferimento è innanzitutto geografico: l’avventura militare del Lucioni tocca tutta la Padania, dal Veneto alla Liguria. C’è anche un risvolto geopolitico: si è trattato di un eroe che si è mosso in un contesto culturale e militare molto decisamente mitteleuropeo. Di grande significanza è anche il riferimento ideologico: combatteva contro i Giacobini e a capo di contadini-soldati che difendevano i propri paesi, le proprie terre e le loro antiche libertà. Infine perché si trattava di un eroe padanamente spaccone, spavaldo e rissoso che faceva di testa sua, al di fuori degli schemi più stantii, spinto dalla voglia di liberare la sua terra.

Oggi quasi nessuno ricorda Branda, non c’è una via dedicata a lui, non se ne ricordano neanche i suoi concittadini, il suo nome è noto solo agli studiosi più attenti di quel periodo storico. Come tanti altri eroi padani, anche lui è rimasto vittima di una ben orchestrata congiura del silenzio, di una “damnatio memoriae”  ordita dalla peggiore retorica patriottarda italiona.

Come nome di battesimo aveva uno strano Branda, di cognome faceva Lucioni ed era nato nel 1740 a Vimperk nella Boemia meridionale, dove il padre Giuseppe (originario di Abbiate Guazzone, una frazione di Tradate) era tenente nella locale guarnigione. Militare imperiale come il padre, Branda sposa a Gallarate una Maria Teresa di Trezzo d’Adda, si sposta in varie guarnigioni col reggimento Wurmster, sempre distinguendosi per il suo carattere rissoso e spavaldo.

Nel 1799 la Padania è occupata dai Francesi ma l’annuncio della ripresa delle ostilità da parte degli Imperiali scatena ovunque l’insorgenza popolare. Il reggimento Wurmster combatte a Legnago e a Magnano (il 5 aprile), partecipa alla liberazione di Mantova e poi, quando il grosso dell’Armata austro-russa si avvia verso Milano, viene spedito a Modena, poi verso la Liguria, dove assedia Genova; in seguito prenderà parte alla sfortunata battaglia di Marengo.

Il cinquantanovenne Maggiore Lucioni si stacca a metà aprile dal suo reparto, passando da Parma e da Cremona si presenta al comando alleato attestato sull’Adda: gli è stato affidato un drappello  di cavalieri col compito di precedere l’esercito, incalzare i Francesi e organizzare i rivoltosi. La sua avventura vera inizia con un raid la mattina del 28 aprile 1799. Parte da Novegro e con un paio di drappelli si spinge in Milano, ancora francese, si fa vedere spavaldo al caffè “detto del Mazza” in Piazza Duomo, si fa ricevere dall’arcivescovo, si autoinvita a pranzo dalla Municipalità, abbatte l’albero della libertà e l’immancabile statua di Bruto eretta in Piazza Mercanti. La sua spavalderia disorienta i Francesi e rianima i Milanesi che insorgono e accolgono il giorno dopo gli austro-russi che entrano nella città liberata.  Il grosso dell’armata, composto dalle divisioni Ott e Vukassovich era partito da Verona la fine di marzo e aveva sconfitto gli invasori sull’Oglio (il 24 aprile) e a Cassano il 28 aprile.

E’ solo l’inizio di una incredibile avventura. Branda raccoglie i suoi cavalieri e, assieme a un numero crescente di volontari padani (che assumeranno il nome di Massa Cristiana),  si dirige su Cuggiono  e Boffalora. Il 29 aprile passa il Ticino e solleva i contadini. In pochi giorni libera Novara, Vercelli e Santhia. Qui la massa si divide in più colonne. Una si dirige su Biella e poi su Ivrea e Aosta, che viene liberata nella notte fra il 6 e 7 maggio 1799 dall’assalto congiunto della Massa e del locale “Regiment des soques”, formatosi a Champorcher. Un’altra va verso Trino e Chivasso e punta su Torino. Un’altra ancora prende Cigliano-Sciàn, Settimo-Sétu, Rivoli, Pianezza e Grugliasco-Gruyàsk. Il 5 maggio Branda installa il suo quartiere generale a Chivasso-Civàs. Il 14 occupa tutte le località attorno a Torino che di fatto assedia bloccandovi gli occupanti e preparando la loro sconfitta. Gli alleati arrivano in città il 24 e vi entrano il 25. La Massa procede allora verso sud e la Liguria. Libera numerose città (Carmagnola, Alba, Carrù, Magliano-Mayàn, Murazzano, Dogliani-Duyàn, Ceva-Sèva, Murazzano, Roccavignale, Roccaciglié, Murialdo in Liguria) e apre la strada all’esercito regolare.  Si scioglie ufficialmente il 5 giugno a Pecetto Torinese-Apsè. La guerra sembra vinta e tutti, tranne qualche gruppo che continua a operare autonomamente sull’Appennino ligure, rientrano alle loro case. Anche Branda se ne torna – non senza qualche amarezza – nell’ombra, si pensiona a Vicenza dove morirà il 22 agosto del 1803.

L’epopea segnerà i suoi nemici che erano terrorizzati al punto da trasformare il nome proprio di Branda in una denominazione di genere con cui indicare tutti gli insorgenti. “Brandeggiare” diventa addirittura sinonimo di compiere gesti spavaldi, di “guasconare”. Nel dizionario pubblicato nel 1830 da Casimiro Zalli si trova scritto: “Branda, o Brandalucion, ovvero Brandalucionista, nome originato dal Maggior giubilato Branda de’ Lucioni, il quale l’anno 1799 fece il precursore delle Armate Austro-Russe, quando s’avanzavano verso il Piemonte. Questi, avendo fatto masse di villani, ed altri realisti o nemici dei Francesi, furono quindi dall’anno 1800 per disprezzo chiamati Branda, brandoni, brandalucionisti, tutti li amici della Casa di Savoja, e tutti quelli, che volevansi calunniar o render sospetti” e più avanti “Brandé, verbo giusta il predetto significato, contare, o sparger novelle, o far progetti sfavorevoli al governo francese, “faire le royaliste””.

Al di là della vicenda delle Insorgenze, della loro importanza e delle azioni militari, e della stravagante e forte personalità dell’autore, l’avventura del Branda è per noi importante anche per i suoi risvolti simbolici. Era un lombardo fedele servitore dell’Impero; nato in Boemia e vissuto sempre fra Padania e Austria, un perfetto prodotto della cultura della Mitteleuropa; con le sue gesta aveva dimostrato un grande attaccamento alla Lombardia, intesa nel significato antico di Padania. La sua guerra aveva toccato l’intera grande Heimat: partito dal Veneto, aveva percorso i Ducati emiliani e poi la Lombardia interna, il Piemonte, la Valle d’Aosta e la Liguria. Il percorso della sua avventura è una sorta di filo che lega, anche attraverso la gloria delle Insorgenze, le varie parti del solido patchwork padano.

La rapida e splendida cavalcata di Branda de’ Lucioni è stata sottratta al criminale silenzio della storiografia tricolore e di tutti i suoi storici faziosi da una serie di annotazioni apparse di recente su alcune opere dedicate alle insorgenze antifrancesi. Ma è soprattutto un documentatissimo libro di Marco Albera e di Oscar Sanguinetti che oggi ce la descrive in dettaglio. Il libro (Il maggiore Branda de’ Lucioni e la Massa cristiana, Libreria Piemontese Editrice, 1999, 143 pagine) è bello, ben costruito e documentato. Il solo neo è costituito da un accenno del tutto fuori luogo a una inesistente identità italiana, a un sentimento che non esiste,  che non ci tocca e che era sicuramente sconosciuto al Branda, lombardo, mitteleuropeo e padano.

*In collaborazione con “I quaderni padani”

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