BOSSI, L’ONORE DELLE ARMI MA BILANCIO POLITICO FALLIMENTARE

di GIANLUCA MARCHI

Al vecchio condottiero è stato reso l’onore delle armi, anche da questo giornale particolarmente critico con la politica della Lega fin dalla sua recente nascita (a proposito, domani festeggiamo i tre mesi di vita e abbiamo superato abbondantemente il mezzo milione di contatti unici e il milione e mezzo di pagine visitate: pare siano risultati di un qualche rilievo nel mondo del web, dunque grazie a tutti quelli che ci stanno seguendo). Umberto Bossi si è dimesso da segretario, anche se non esce affatto di scena, come lui stesso ha dichiarato ieri in alcune interviste, e allora vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi se la sua continuerà a essere una presenza ingombrante, che negli anni ha via via incartato la Lega, costringendola a girare su se stessa in una sorta di centrifuga degenerativa che ha prodotto quanto ora sta sotto gli occhi di tutti. Oppure se effettivamente inizierà una nuova fase dove molte teste cadranno, dove la purificazione sarà vera e dove il progetto politico sarà chiaro. Diversamente, come ho già avuto modo di scrivere, il Carroccio è defunto l’altro ieri.

Ribadito ciò, un qualche ragionamento politico sulla parabola di Bossi almeno dal 1996 a oggi va pur svolto. Altrimenti ci limitiamo all’agiografia del personaggio, esercizio fine a se stesso. Ebbene, al Senatur va reso merito di almeno tre cose: 1) avere imposto con forza sulla scena italica la cosiddetta “questione settentrionale”, tema del quale già altri parlavano prima di lui, ma che ha ricevuto una spinta notevole dalla crescita tumultuosa della Lega Nord; 2) aver imposto sul tavolo politico nazionale il tema del federalismo, che prima di allora poteva essere scambiato con qualsiasi cosa di commestibile; 3) aver aperto le porte della politica a molta gente comune che in precedenza mai avrebbe immaginato di impegnarsi direttamente nella cosa pubblica.

Fine: qui si concludono, a mio giudizio, gli aspetti positivi. Dopo di allora, infatti, la “questione settentrionale” non ha compiuto un passo in avanti, cioè le condizioni del Nord del Paese non sono per nulla migliorate, anzi semmai è avvenuto il contrario, con la Lega che soprattutto negli anni di alleanza governativa con Berlusconi ha avallato le peggiori politiche centraliste immaginabili, accompagnate da tanti episodi di “elargizioni” al Sud in stile Prima Repubblica e anche peggio.

Sul federalismo il bilancio è, se possibile, anche peggiore, nel senso che l’assoluta insipienza delle teste applicate da Bossi e dalla Lega in questa riforma ha finito per produrre un gigantesco pasticcio che, come ho già avuto modo di rilevare in precedenti occasioni, persino gli studiosi strenui fautori del federalismo – vedi il professor Luca Ricolfi – si sono augurati che quella pseudo riforma non trovasse mai applicazione perché sarebbe stata una minestra indigeribile. E se vogliamo appuntare una medaglietta sulla giacca del professor Mario Monti, dico che potrebbe essere quella di aver dimenticato in un cassetto la riforma-bidone.

Spalancare le porte dell’attività politica a coloro che prima quasi non ne avevano diritto è stata una sorta di popolarizzazione della politica, ma il processo nel tempo avrebbe richiesto una adeguata selezione della classe politica che si andava via via consolidando, con la crescita delle migliori teste in gioco. E invece sappiamo che molte di quelle “belle teste” sono cadute in corso d’opera, perché il capo non tollerava che ci fosse qualcuno, non dico più carismatico di lui perché ciò era difficile, ma più preparato e più fine nell’elaborazione politica. Quindi zac, le capocce sono rotolate a mucchi, altre pur valide si sono salvate per il rotto della cuffia e invece sono proliferati i signorsì ai quali andava bene accettare qualsiasi cosa, tanto uno strapuntino caldo su cui sedersi comodamente era già grazia ricevuta. Adesso, invece, si insiste molto sulla Lega del territorio, sulla nuova generazione dei sindaci e degli amministratori locali molto bravi e apprezzati che costituirebbero la struttura portante del nuovo Carroccio: che vi siano tanti personaggi in gamba è probabile, ma di schiere di sindaci leghisti buoni a sistemare le strade e i tombini e a gestire le finanze comunali con oculatezza che ce ne facciamo se poi non intraprendono un’azione che sia una per perseguire quella che resta (per statuto) la ragione sociale della loro ditta di appartenenza, cioè l’indipendenza della Padania?

In definitiva, per Umberto Bossi il bilancio politico, e sottolineo politico, degli ultimi quindici anni è quantomeno negativo, se non disastroso. Molti dei delusi, dei fuoriusciti dalla Lega, degli elettori che hanno smesso di recarsi alle urne ritengono che l’uomo abbia generato in loro un sogno e poi glielo abbia rubato. Difficile dargli torto.

A mio parere, il tradimento del progetto politico leghista comincia nel 2000 con l’alleanza politica che Umberto Bossi ha siglato con Silvio Belrusconi: da quel momento il “sogno” viene triturato e gettato nel cestino, anche se formalmente tenuto in vita sull’onda dello slogan che solo l’alleanza col Paperone di Arcore “ci può portare al federalismo”. Non so se a quel “contratto” Bossi è stato costretto solo per salvare la sua creatura oberata dai debiti (assommati dai troppi errori disseminati sul percorso) o perché, essendosi trasformata la Lega da movimento rivoluzionario in partito classico all’italiana, avesse bisogno di entrare nella stanza dei bottoni (il potere) per assecondare i troppi “affamati” di cui si era infarcita. Resta il fatto che un movimento che si professa indipendentista o autonomista non può allearsi con le forze centraliste che deve necessariamente combattere sul territorio dove vorrebbe portare l’indipendenza. Un movimento del genere o raggiunge il suo obiettivo o si scioglie: questo predicava Bossi ai tempi del parlamento padano di Chignolo Po. Tutti i razzolamenti successivi sono andati in direzione opposta.

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