BOSSI, IL VECCHIO ARMAMENTARIO SENZA SPERANZA

di GIANLUCA MARCHI

Ieri, per chi non se ne fosse accorto,  è stato il giorno del congresso nazionale del Piemonte della Lega Nord. Ma, da quelle parti, come racconta bene il nostro Oneto in un altro articolo di questo giornale, nulla di nuovo sotto il sole. Ma ieri, per chi se ne fosse dimenticato, è stato anche l’ottavo anniversario della malattia che ha colpito Umberto Bossi: l’uomo continua a occupare la scena, nonostante la malattia e le evidenti menomazioni, ma la occupa ormai sempre più stancamente, come se il tempo si fosse fermato al giorno prima dell’ictus che lo ha colpito nella notte fra il 10 e 11 marzo del 2004. Nel rispetto della sofferenza fisica di quest’uomo, va comunque detto che non ha proprio più senso che un movimento come la Lega – e mi riferisco in particolare alle schiere di militanti e di elettori che ancora credono, nonostante tutte le delusioni patite, che le cose possano cambiare in questo disgraziato Paese grazie all’azione politica leghista – non ha proprio più senso, dicevo, che il Carroccio possa essere guidato e dipenda dal Bossi di oggi e dalla corte dei miracoli che lo condiziona.

Ieri da Collegno, per catturare in qualche modo la scena mediatica e per strappare qualche applauso un po’ più caloroso di quelli dovuti al vecchio capo, il Senatur ha dovuto rispolverare il vecchio armamentario che quasi fa sorridere, se non infondesse una profonda tristezza: “la Padania verrà a tutti i costi” ha tuonato dal palco. Ma come? ma quando? ma in che modo? visto che ne blatera da 15 anni e i passi compiuti sono stati più all’indietro che in avanti. Di padane sono rimaste solo le biciclette verdi per fare un po’ di business. Si sono perse le tracce persino degli “orsetti padani”, che un tempo apparivano come l’idea più innocua.

Poi ha sparato qualche colpo verso l’amico Berlusconi: “mi fa un po’ pena – ha detto – perché sta con Monti e fa tutto il contrario di quello che dovrebbe fare”. E giù tutti i telegiornali a ingigantire la frase, a ripetere come le oche del Campidoglio che il Cavaliere a Bossi ormai “fa pena”, mentre se riascoltate il discorso vi accorgerete che le cose che dice il Senatur ormai le pronuncia perché non gli viene altro. “La Lega fa da sé”, ci mancava che aggiungesse “fa per tre”, ma forse se n’è dimenticato. “Meglio soli che male accompagnati”. Vedete, la linea politica della Lega si riassume ormai in questi slogan fini a se stessi, buoni per strappare qualche battimano, e forse qualche titolo di giornale rimasto come Bossi a prima dell’11 marzo 2004. Il resto è vuoto pneumatico, che magari potrà ancora raccogliere voti nell’immediato, ma non ha nessun futuro.

«Bossi sta cercando di riesumare una Lega che non esiste più, risucchiata nel cono d’ombra della Roma ladrona». È quanto afferma il presidente di Sel Nichi Vendola: «Deve tornare a ruggire dopo che hanno belato a lungo. Sono stati alfieri del quindicennio berlusconiano, ora torna la bandiera della secessione ma è un tentativo di salvare il salvabile per una formazione  entrata in crisi profonda». Beh, per una volta mi trovo d’accordo con l’analisi del governatore della Puglia.

E però Bossi quando deve interdire qualcuno che non vuole dipendere da lui, che vuol decidere grazie alla propria forza e che tenta, a torto o a ragione, di prefigurare una Lega oltre il Senatur, allora fa vedere gli artigli, probabilmente spinto dal cerchio magico/malefico che così rimane aggrappato al proprio potere. E allora può succedere, come è accaduto ieri, che una foto scarabocchiata di Flavio Tosi, con la scritta «Traditore della Padania», le corna e le orecchie da asino, venga mostrata da un delegato al congresso della Lega Nord Piemont ad Umberto Bossi (la foto modificata dal delegato è quella pubblicata sul quotidiano La Stampa a corredo dell’intervista al primo cittadino scaligero nella quale annuncia di volere presentare una lista civica a suo nome alle amministrative di maggio), che subito reagisce: «Se Tosi fa una sua lista è automaticamente fuori dalla Lega».

Se questo è l’andazzo, allora saranno tempi difficili per i “barbari sognanti” di Roberto Maroni, il quale sarà prima o poi chiamato a battere un colpo, se non vuole essere pian piano inghiottito nella normalizzazione.  Alla fine ha ragione Matteo Salvini che su twitter scrive: «Sono sempre più convinto: unica soluzione, l’Indipendenza». Il problema è con che uomini, con quali forze e in che modo.

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