BOSSI, TRISTE VIALE DEL TRAMONTO DI UN LEADER

di GIANLUCA MARCHI

Tanto tuonò che piovve! “Se Tosi fa la lista col suo nome è fuori dalla Lega”. “Le deroghe alla decisione della Lega che va da sola alle prossime amministrative devono passare dal mio tavolo”. Il Leone (anzi l’ex Leone) tenta di ruggire, ma il suo ormai è un simil-ruggito, è poco più di un belato. Umberto Bossi non c’è più. Lo avevamo capito in tanti, e anche da parecchio tempo. Ma gli eventi degli ultimi giorni ci consegnano plasticamente il tramonto di un leader politico che fu, di un uomo minato dalla malattia, che in molti si sono accaniti a tenere in vita, politicamente parlando sia chiaro, quando non era più in grado di reggere il ruolo. Crediamo di non commettere alcun reato di lesa maestà dicendo queste cose, semplicemente pronunciamo le parole che sono ormai da tempo un ritornello nei colloqui privati, ma che nessuno osa dire pubblicamente. E’ di certo triste – al di là del giudizio storico sul ruolo svolto da Umberto Bossi nell’ultimo quarto di secolo nelle vicende italiche, giudizio che sarà inevitabilmente fatto più da ombre che da luci (ma questo è il nostro parere personale) – assistere al cammino di tale personaggio sul proprio sunset boulevard.

La vicenda che ha visto protagonista  Flavio Tosi ci ha offerto la rappresentazione del declino in tutta la sua crudezza. Il Bossi che tuona contro il sindaco di Verona che pretende troppo spazio per se stesso, che quasi lo scomunica in diretta, e l’altro che non arretra di un passo, conscio di avere la maggioranza della Lega dalla sua parte e in particolare di avere al suo fianco colui che in questo momento ha sostituito, volenti o nolenti, lo stesso Senatur nel consenso della maggioranza dei militanti e dei votanti (consenso quanto convinto o disperato lo capiremo nei prossimi mesi), vale a dire Roberto Maroni. In altri momenti il solo accenno di ruggito avrebbe messo in riga Tosi e tutti i suoi sostenitori in un nanosecondo. Oggi, invece, quel quasi ruggito simile più a un belato, provoca quasi dei sorrisi di scherno, che si ha pudore a esibire solo per il rispetto portato a un uomo anziano e malato, a cui si deve comunque l’esistenza della ditta, la Lega Nord,  al riparo della quale in molti pascolano beatamente e spesso anche immeritatamente. Dopo il falso ruggito, pronunciato solo una settimana prima in quel del fantomatico Parlamento della Padania, il vecchio capo ha dovuto “calare le braghe”, come era prevedibile fin da subito. Non solo ha accettato la Lista Tosi, ma ha dovuto ingoiare la presenza del nome del sindaco uscente in tutte le altre civiche e persino su quella della Lega Nord, dove il nome del sindaco campeggerà insieme a quello del segretario, una cosa inimmaginabile solo qualche mese fa. E per gradire qua e là nei simboli sono stati infilati anche un paio di tricolori. E l’obiezione al riguardo dell’Umberto è stata zittita con un semplice “ma sono piccoli”. Come dire, taci tu che non conti più nulla… Ma siccome Bossi alla fine ha approvato anche se forzatamente, tutti sono felici e contenti, compresi i militanti che credono che Bossi sia ancora Bossi.

Con tutta probabilità Bossi si rende conto di aver perso via via il controllo sul movimento e che da un momento all’altro, se non sta a cerchi giochi, potrebbe anche finire messo in un angolo. Così nel disperato tentativo di sopravvivere a se stesso finge di tuonare e poi abbozza, perché non gli resta alternativa. In questo suo patetico tentativo di mantenere il comando certo non gli sono valsi granché gli ascari di cui si è via via circondato negli anni post malattia, i cerchisti tanto per intenderci, rivelatisi figure di scarso livello, più che altro interessate a promuovere se stesse sfruttando la luce riflessa del “capo”. E negativa è apparsa e appare tutt’ora l’influenza famigliare, che ha spinto il leader leghista a muoversi come un Ceausescu o un Milosevic qualsiasi per imporre il diritto di eredità alla ditta Bossi & Figli.

Senza volerci come detto addentrare nel difficile percorso sul giudizio storico della parabola bossiana, resta la sgradevole sensazione che Umberto Bossi oggi non sia altro che una “madonna pellegrina” tenuta politicamente in vita da cerchisti e non per scopi diversi e opposti.

 

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