Bobo Maroni a Pontida: la sfida per la vita della Lega

di GIANLUCA MARCHI

Domenica la Lega torna a Pontida per il suo più tradizionale degli appuntamenti, che lo scorso anno venne fatto saltare a causa delle convulsioni che colpirono il movimento bossiano dopo l’esplosione dello scandalo Tanzania e tutto quanto gli venne appresso, fino ad arrivare alle dimissioni del padre-padrone nonché fondatore. Sarà la prima Pontida di Roberto Maorni segretario federale, nonché fresco presidente della Regione Lombardia. E l’impressione generale è che non si tratterà di una semplice passerella per celebrare la conquista del Pirellone. I festeggiamenti ormai sono alle spalle e il popolo leghista, ma soprattutto quella parte di militanza affatto convinta dalla stagione maroniana (della Lega 2.0 che dir si voglia), si attende messaggi e segnali chiari per il prossimo futuro. Diversamente il Carroccio rischia di andare incontro a una sorta di disgregazione interna e a un probabile precipizio elettorale, di cui si sono già visti i segnali evidenti nelle recenti elezioni politiche, segnali non certo cancellati dal successo lombardo. Si vocifera anche di possibili contestazioni verso il nuovo corso: non sarebbe poi così clamoroso visto il malcontento che serpeggia.

A Maroni tuttavia non sfugge il momento delicato e martedì, intervenendo dai microfoni di Radio Padania, ha voluto lanciare qualche messaggio per galvanizzare i militanti: da Pontida, ha detto, comincerà una nuova storia per la Lega e ha parlato anche di una sorpresa che avrebbe in serbo. Il messaggio forte sarebbe una road map per dare sostanza alla Macroregione, imponendo al governo e allo Stato italici tempi precisi, perché se a Roma non vengono imposte delle scadenze, quelli tirano in lungo e ti prendono per i fondelli. Detta così potrebbe  già essere qualcosa e alcuni dei nostri lettori hanno voluto intravvedere in questo preannuncio una sorta di risposta alle ripetute sollecitazioni a muoversi che, da questo giornale, sono partite nei confronti del segretario/presidente. Poco o nulla importa che Maroni abbia raccolto o meno le nostre sollecitazioni, il vero punto nodale è che lui e la Lega non possono più traccheggiare di fronte al disfacimento dello Stato italiano. Ne va della stessa sopravvivenza del Carroccio, oltre che delle Regioni del Nord. Il rischio di fronte a Bobo è questo: passare probabilmente per buono e saggio amministratore della Regione Lombardia (sulla base della “concretezza” che ha scelto come parola chiave del suo governo), ma anche come segretario federale che sancisce il tramonto definitivo della Lega, avvalorando la maschera tratteggiata da Crozza al servizio di Berlusconi. Sarebbe un esito politicamente disastroso dopo la scelta di rimanere anche a capo di via Bellerio (sebbene col voto unanime del Consiglio federale).

Certo la strada, anzi il sentiero di fronte a Maroni è impervio: da una parte sa che deve evitare il più possibile le elezioni anticipate, che potrebbero essere letali per il Carroccio colto in mezzo al guado, e così sul teatro romano è costretto a partecipare a ogni tentativo per scongiurare tale prospettiva, compresa la oresenza di Giorgetti nella stramba congrega di “saggi” messa in piedi da Napolitano, sapendo che sono mosse destinate a sollevare più di una perplessità nella stessa base leghista. Dall’altra deve dare sostanza e determinazione a una idea politica che ridia slancio e prospettiva a un esercito ridotto, malconcio e attraversato da non poche lotte intestine. Se la nuova frontierà sarà appunto la Macroregione, questa dovrà essere riempita di sostanza e di scadenze, essendo rimasta finora troppo nebulosa. Se poi ci aggiunge qualche parola di verità  sul referendum consultivo per l’indipendenza sarebbe meglio, perché la cronaca al riguardo lui l’ha fermata durante la campagna elettorale quando, ad una manifestazione insieme a Luca Zaia, disse: “Ho chiesto al governatore del Veneto di aspettare sul referendum quando avremo conquistato anche la Lombardia, perché allora ci muoveremo tutti insieme”. Ecco, appunto, l’ora è giunta.

Questa, in definitiva, è la sfida politica di Pontida, sempre che i rapporti con gli alleati consentano a Maroni di giocarla fino in fondo. Un traccheggiamento in stile democristiano non sarebbe compreso e non lascerebbe scampo.

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