Bersani è morto ma non vuole saperlo. L’unica chance ormai è Renzi

di GIANLUCA MARCHI

“Lo dico a Grillo che gioca a fare l’uomo mascherato: io non apro tavolini e non sto qui a scambiare le sedie. Ha un movimento che ha un terzo dei parlamentari, decida che vuole fare altrimenti andiamo tutti a casa, anche lui”. Cosi’ parlò il segrertario del Pd Pierluigi Bersani intervistato da Fabio Fazio a ‘Che tempo che fa’. Colui che si sente il premier in pectore di una maggioranza che non c’è minaccia dunque di mandare tutti a casa, ma il primo che dovrebbe tornare a Bettola è proprio lui.

Infatti, se passiamo a valutare le proposte minime su cui il capo del Pd vorrebbe ottenere l’appoggio dei grillini, ecco che troviamo otto punti di ”un programma di governo preciso, esigibile e limitato sul quale chiedere la fiducia”. E allora vediamoli ‘sti otto punti “rivoluzionari”: una legge contro la corruzione e contro la mafia; una sul conflitto d’interessi; misure per una politica piu’ sobria e meno cara; una riforma dei partiti; interventi immediati su urgenza sociale, economia e diritti, come quello di cittadinanza e delle coppie omosessuali, sulla scuola e il diritto allo studio. E con questo programmino vorrebbe convincere Grillo? Mi pare una roba da ridere, partorita da qualcuno in evidente stato confusionale per la batosta che ha preso dalle urne: si sentiva già trionfatore e s’è ritrovato come il vincente sconfitto.

Bersani vorrebbe una “politica meno cara”, ma che significa? Lo specifica meglio: una riduzione del rimborso pubblico ai partiti sì, ma la sua cancellazione no. Insomma, tira e molla, il Pd vuole mantenere i soldi pubblici ai partiti, perché diversamente non saprebbe come mantenere quella pletora di funzionari dell’ex Botteghe Oscure. E del numero dei parlamentari e dei loro emolumenti? Niente di dichiarato negli otto punti delle meraviglie. Ma così non potrà avere mai e poi mai l’appoggio del Movimento Cinque Stelle: Grillo potrebbe solo accettare misure drastiche contro i costi della politica e soprattutto la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti. Diversamente terrà sulla corda i partiti tradizionali con la quasi certezza di tornare al voto in autunno e tentare il salto verso il 40%, visto che un accordo Pd-Pdl sembra del tutto improponibile allo stato dell’arte, complici anche alcuni del programma bersaniano, del tutto indigeribili per il Cavaliere.

Il fatto è che Bersani ormai è politicamente morto e con lui è defunto tutto il vecchiume che si è rinsaldato intorno a lui per controllare il Pd. Piaccia o no, l’unico personaggio oggi in grado di scombinare le carte e creare qualche grattacapo a Grillo è Matteo Renzi. Il ragazzo fiorentino lo sa benissimo e gioca d’astuzia: dice che non pugnalerà mai Bersani alle spalle ma intanto, seppure da sindaco, sfida Grillo sul suo stesso terreno: propone che i partiti rinuncino ai quasi 160 milioni di euro di rimborsi pronti per essere sfornati e li dirottino in un fondo per l’edilizia popolare. E guarda caso il leader del M5S non ha raccolto la proposta, perché sa bene che Renzi vuole confrontarsi con lui sul suo stesso campo di gioco. E se un Renzi con le mani libere avesse l’incarico di fare un governo, state certi che Berlusconi accoglierebbe la cosa con gioia e parlerebbe dell’avvento sulla scena di un “socialdemocratico di cultura liberale” garantendogli la propria benedizione.

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