Con Bersani ha vinto l’apparato, ha vinto la burocrazia

di ANGELO PELLICIOLI

Dopo mesi e mesi di rottura di scatole, su giornali e TV, finalmente le cosiddette “primarie” del partito democratico sono giunte al loro naturale epilogo. Il risultato lo conosciamo tutti. Ha vinto l’apparato, hanno vinto tutti i vecchi matusa della politica di sinistra, tutti coloro cioè che predicano, da anni, il cambiamento ma che in realtà non ne vogliono sapere. Perché tale cambiamento, se veramente arrivasse, avrebbe come primo risultato quello di mandare tutti costoro a ramengo, senza se e senza ma, ma soprattutto senza vitalizi e privilegi di casta.

C’era, dopo decenni, nella sinistra l’opportunità di cogliere un reale cambiamento, anche anagrafico se si vuole, ma non solo. Ma questo non è stato volutamente recepito dall’establishment . Benché si sia perfettamente consci che il voto espresso (sia pure in via prevalente) dai militanti o dai ferventi simpatizzanti del defunto partito comunista, non possa certo essere paragonato a quello degli elettori, balza subito all’occhio che, per tutti costoro, e quindi per l’intera sinistra italiana,  tutto ciò che  costituisce vera innovazione rappresenta un insormontabile tabù.

Hai voglia di ammodernare lo Stato con questa gente. Chi non ricorda infatti come già nell’ormai lontano 2006 la coppia Visco/Bersani abbia dato il meglio di sé. Il primo, passato alla storia con l’appellativo di Dracula per il suo modo particolare di sanguisugare i contribuenti  voleva a tutti i costi imporre una imposta sui patrimoni degna dei Soviet nati dalla rivoluzione bolscevica.  C’è però  da rimarcare che, all’epoca, Monti e Befera ancora non si erano epifanizzati ai cittadini italiani: l’attuale presidente del consiglio, infatti, stava ancora vagando per l’Europa in cerca di identità e di consensi, mentre il capo dei segugi di Equitalia permaneva  ancora imbrigliato nei meandri del funzionariato del ministero di Visco. Il secondo, e alludiamo a Bersani, non fu da meno del suo collega pugliese. Riuscì in un lampo, in quell’agosto del 2006 (chissà mai perché sempre a ridosso delle ferie), nella sua posizione di ministro dell’industria, ad elaborare una strampalata legge che diede la prima vera mazzata alle nostre imprese edili e costruttrici di immobili. Una legge che, a distanza di oltre sei anni i commercialisti e gli esperti di fiscalità faticano ancora non solo ad applicare ma pure a comprendere. E che gli stessi funzionari del fisco rinunciano volentieri a controllare, non riuscendo a districarsi in mezzo a cotale babele di norme, contro-norme, divieti, eccezioni, distinguo, ecc. ecc..

Le storture ed i meccanismi perversi che tale legge impone tutt’oggi: dai terribili calcoli del pro-rata, alla decurtazione delle spese sostenute per i cespiti nei dieci anni precedenti, all’esenzione dal tributo I.V.A. per taluni immobili, alla riduzione di aliquota per altri, alla non applicazione in caso della cosiddetta reverse charge, ce la dicono lunga su come, e con quali metodi d’approccio, Bersani intende riformare e semplificare la pubblica amministrazione. D’altronde cosa si può pretendere da chi ha militato per quarant’anni in un partito talmente conservatore che di progressista aveva solo i titoli sui giornali (di parte)?

E questo sarebbe il nuovo che avanza? Ma veramente noi dovremmo affidare a Bersani la guida di un  Paese già con i fondelli per terra, in preda ad una crisi economica spaventosa, nonché in presenza di una disoccupazione a due cifre percentuali, per riformarlo e risollevarlo? Non scherziamo. Se la tendenza è questa, considerato che dall’altra parte, a destra, non si muove foglia e tutto resta di un immobilismo irreale, ci si deve solo augurare che il terzo incomodo grillino (che viaggia sul 20% dei consensi) sparigli tutto e butti per aria il cappello. E dopo? Dopo si dovrà incominciare da capo. Magari partendo da un vero federalismo  o da situazioni di macro-regioni autonome politicamente, ma prima ancora economicamente, legate tra di loro da patti ben precisi, in fatto di aiuto reciproco e di sprechi.

E la casta? Quella dovrà sicuramente scomparire con la sua fata turchina di supporto, il cui nome fa rabbrividire solo a pensarci: la burocrazia.

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