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Bernardelli. FARE TORNARE GRANDE IL NORD!

 

bernardelli comune

di REDAZIONE – Grande Nord… Una nuova sigla nella giungla dei partiti. Bernardelli, lei è presidente del movimento, è imprenditore ma ha anche una grande passione per la sua terra. Nasce da qui il suo nuovo impegno in politica? Perché?

Sì, perché il Nord è stato tradito. Le aspettative, le promesse mancate sono una ferita aperta. La questione della rappresentanza del nostro territorio è ancora tutta  aperta. Il Nord non è di fatto oggi rappresentato da nessun partito. Tutti dicono che Milano è come Roma o come Ragusa. Non è vero! Sono tutte balle.

Via da Roma, allora? E’ questa la strada?

La via più logica è la macroregione del Nord, autonoma. Noi siamo mitteleuropa, siamo la parte più produttiva dell’Europa. Più della Baviera e della Svizzera. Eppure il nostro Nord è relegato all’ultimo posto delle priorità, tranne che per il prelievo fiscale. Inaccettabile! La visione che abbiamo è quella di una macroregione del Nord, con pieni poteri autonomi rispetto a Roma. Basta che il popolo lo voglia, sta scritto nella Costituzione, non sto affermando eresie. Se ad oggi nessuno lo ha ancora chiesto, chiediamoci allora a cosa stia pensando: al posto fisso in politica, chiaro no!?

Una macroregione fino all’indipendenza del Nord, Bernardelli?

L’indipendentismo non è solo un sogno, è il motore che sta spingendo i popoli europei a dire basta agli stati centralisti, nazionali. L’indipendenza sta cambiando i confini e la geopolitica, l’economia. Qui, invece, gli Stati sembrano procedere come le monarchie assolute, per via ereditaria, di partito in partito, come se il popolo non esistesse. Quindi, rispondendo alla sua domanda rispondo: Sì, fino all’indipendenza, perché è nell’evoluzione delle cose. Arriverà, ma non arriverà certo sostenendo che Nord e Sud sono uguali.

Nord e Sud diversi. Ci faccia un esempio.

Può bastare quanto scrisse il politologo Angelo Panebianco. E cioè che i politici hanno vergogna, pudore nel pronunciare la parola Nord. Chiediamoci perché! Perché la politica pensa al Sud, alle clientele, alla burocrazia  di cui ha bisogno per fermare gli ingranaggi. E quindi si vuol costringere il cittadino a dover aver sempre bisogno dei politici per ungere il sistema. Il Nord ha un altro modo di pensare e di fare. Il Nord fa, produce, non ha tempo per il mercato delle vacche. Ma così lo fottono.

 Quali sono le questioni davvero aperte al Nord?

Facile, basta guardarsi attorno: lavoro e pensioni. C’è un Nord e un Sud, in Italia. E voler negare le differenze è disonesto, è folle. Da qui vengono i principali mali che lo Stato ci fa subire.

Ma per capire ci deve dare dei numeri. Parta dalle pensioni Bernadelli.

Lo Stato eroga 1.000 euro per abitante al Sud e solo 474 al Nord. C’è un assegno di invalidità ogni 43 abitanti nel Mezzogiorno. Nelle Regioni settentrionali il rapporto sale a una invalidità ogni 100. Non me lo invento io. Sono i dati del 6° rapporto del Centro Studi e ricerche Itinerari previdenziali.    Al Nord  i contributi versati all’Inps sono più alti e ci sono meno assegni di invalidità. Nel Mezzogiorno i contributi versati sono più bassi mentre le pensioni di invalidità sono più frequenti.

E dove pesca lo Stato i soldi?

Indovini! Per tenere in equilibrio i conti fra contributi versati e assegni da pagare, si finisce per pescare dalle casse pubbliche. E cioè dallo stesso calderone dove c’è sia la previdenza che l’assistenza. I contributi del cittadino del Nord non finiscono accantonati per la sua pensione ma vanno a coprire il buco di chi non versa al Sud. Per questo, ogni anno, lo Stato trasferisce in media a ogni abitante del Sud 1.000 euro l’anno, contro i 474 al Nord e i 658 al Centro.

Questo perché quasi due terzi dei 134,8 miliardi di euro che ogni l’anno Inps incassa dai contributi vengono dal Nord e «coprono» le pensioni da pagare in misura maggiore rispetto a quanto avviene nel resto del Paese. E’ un furto, che mette alla fame la nostra gente.

Previdenza e assistenza insieme sono la causa di questa ingiustizia sociale?

Sì, vanno separate subito. Perché noi stiamo pagando con le pensioni del Nord (non certo del Sud, abbiamo visto che non versano) sia i lavoratori socialmente utili che i forestali di Sicilia e Calabria che i disoccupati. Con i nostri soldi, che servono  al Sud per il  voto di scambio con i partiti di giù o con gli ex partiti del Nord ora scesi  a reclamare consenso.

La soluzione di Grande Nord?

La risposta è la previdenza regionale. Una bella previdenza del Nord. In automatico la pensione minima a 1.000 euro che viene propagandata nel mercato delle vacche della politica, sarebbe già in automatico garantita. Ogni cittadino avrebbe 400 euro in più al mese, perché incasserebbe quello che ha versato. Invece, così, accade che le nostre pensioni servono ancora a pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Sta dicendo che con i nostri contributi lo Stato paga gli statali?

Certo, veda il caso dell’Inpdap. Non ha mai pagato, e alla fine tutto il debito è finito dentro l’Inps. Se abbiamo appena detto che il Nord copre quello che manca da chi evade i contributi, va da sé che sono i dipendenti privati del Nord a pagare gli statali. Per di più improduttivi in molte aree del paese.

E per il lavoro, Bernardelli, che cosa propone Grande Nord?

Gabbie salariali, subito! Stipendi del Nord per i lavoratori del Nord. Noi abbiamo un differenziale del 35% sul costo della vita.

E come si trovano queste risorse? Come può l’imprenditore avere più soldi per pagare i dipendenti?

La risposta è: defiscalizzazione delle buste paga, meno tasse, ricorrendo semplicemente al residuo fiscale. Lo Stato ad esempio ai lombardi non restituisce 50 miliardi. Li trattiene e non li vediamo mai più nella vita. Siamo creditori di 5mila euro a cittadino l’anno, sono circa 400 euro in più al mese. Sia sullo stipendio che sulla pensione. Tutto torna! Ecco come trovo anche le risorse per la pensione minima a 1.000 euro e per lo stipendio sia più pesante.

Bernardelli, come si arriva al vostro obiettivo in uno Stato centralista?

Col sacrosanto principio della responsabilità nell’amministrare ciascuna regione o area geografica, la propria libertà. In una parola, il federalismo, quello vero, non quello raffazzonato e poi abbandonato dai partiti perché prima viene la cadrega. Persino il governatore pugliese di recente ha affermato che

le regioni settentrionali  non possono più sostenere totalmente il Sud”.

Il punto di svolta è quindi la leva fiscale?

Sì! Tutte le regioni virtuose, cioè in equilibrio con i conti, hanno diritto allo stesso trattamento di quelle a statuto speciale, o diventa intollerabile che alcune regioni possano crescere a scapito delle altre.

La richiesta del Nord di un maggiore equilibrio tra il prelievo fiscale e il territorio da cui si preleva è sacrosanto. Mi chiedo come si possa continuare a dire per portare a casa voti, che i problemi del Sud sono gli stessi del Nord. Come si fa a credere a questa idiozia?

 

 Lei è contrario al sovranismo?

Che parola incomprensibile! Io credo che sia un errore abbandonare il federalismo, e quindi saccheggiare ancora il Nord. Dobbiamo far tornare grande il Nord, e chi non ha abbandonato l’idea di far politica per questa causa di civiltà e libertà, è solo Grande Nord. In giro non vedo altro che un deserto e un esercito di parassiti, come diceva Miglio.

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