Bernardelli e Rizzi: festeggeremo la nascita delle macroregioni, non le liturgie di Roma

di Roberto Bernardelli e Monica Rizzi – Per tutti sarà un lungo ponte. Per tutti si intende gli statali. Ma la memoria di tutti o quasi ha rimosso che il 2 giugno per anni non venne più celebrato. Una festività soppressa, così era stata chiamata, assieme a diverse altre.

A dirla tutta, una premessa è d’obbligo prima di ripercorrere le tappe di questa santificazione laica dello stato unitario. Festeggeremo le macroregioni, quando arriveranno. Quando la Costituzione sarà federalista, quando i territori saranno liberi di esercitare una sovranità popolare reale e non fittizia. Tutto il resto sono

Fu il presidente Ciampi a reintrodurla, dopo che era stata trasformata in festa mobile nel 1977, legata alla prima domenica di giugno e soppressa assieme ad altre festività religiose.

Che sia stata una festa discussa lo dice il fatto che sulle sue alterne vicende fu scritto anche un libro (precisamente un saggio di Virgilio Ilari, «La parata del 2 giugno», in Il teatro del potere, a cura di S. Bertelli, Carocci editore) dedicato alla sfilata militare.

Infatti, dal 1950 e per 25 anni si trattò di una parata militare, per iniziativa del repubblicano Pacciardi, ministro della Difesa. Armiamoci e partite.

Ma il disinteresse, l’artificiosità della solenne cerimonia era così poco attecchita nella coscienza dei cittadini, che tanto valeva farne a meno e collocarla come la festa della mamma, la prima domenica che capitava del mese.

Poi, anche le sinistre non caldeggiavano per questa prova di muscoli, camionette e moschetti. Insomma, nessuno ne sentì alla fine la mancanza. E nel 1977 la festa nazionale venne abolita. Anzi, l’ultima edizione nel 1977 vide lo smantellamento in fretta e furia ai Fori Imperiali delle impalcature, per il timore che l’eversione rossa potesse guastare la festa.

Negli anni ‘ 80 fu  Craxi a ripristinare la parata, ma le contestazioni non mancarono e quindi venne fissata una cadenza  quadriennale all’evento, per salvare capra e cavoli. Ma, raccontano le cronache, ancora  nel 1992, accadde che le tribune in via dei Fori Imperiali venissero ancora una volta montate e di corsa smantellate. Suggerimento, dicono, di Scalfaro al ministro della Difesa. Non era opportuno. Era l’anno di Tangentopoli e del boom leghista. Non c’era molto da festeggiare per Roma. Lo Stato doveva solo che nascondersi. Si dovette arrivare a Ciampi per rivedere nel 2000 sfilare le forze armate e ricelebrare la Repubblica. E nel 2001 una legge ne sancì l’inviolabilità nazionale.

Da festa soppressa, come il Corpus Domini o il 19 marzo, la festa della Repubblica celebra così lo Stato, le sue formalità, la sua struttura. Immutata e immutabile, centralista. Festeggiamo i ministeri, gli apparati che reggono la Repubblica, fondata sui partiti e su un parlamento privo di sovranità. Da parata dell’esercito a parata del sistema. Così forte e importante da celebrare prima se stesso che i santi.

Aspettiamo la festa giusta, dunque.

Onorevole Roberto Bernardelli, presidente Grande Nord

Monica Rizzi, Segretario organizzativo federale Grande Nord

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